Un matrimonio con la terra: Cappellasantandrea

03 Gennaio 2023

Quella di Cappellasantandrea è una grande storia d’amore. E d’altra parte molte storie di viticoltura naturale e rispettosa lo sono.

In questo caso, l’amore di cui parliamo è quello che lega Francesco Galgani e Flavia Del Seta, e i loro figli. Ma anche quello che li tiene avvinti ai loro 7 ettari e mezzo di terra sulle colline di San Gimignano, alle loro viti e ai loro animali, imprescindibili compagni di questa avventura.

È un’avventura iniziata ufficialmente non tantissimo tempo fa – la fondazione di Cappellasantandrea, così come la conosciamo oggi, risale al 2005 –, ma i cui sviluppi si potevano già intuire dall’infanzia dei due protagonisti. Mi racconta Francesco: «Sono cresciuto in un paesino, e la passione per la natura l’ho avuta da sempre. Amavo il verde, e provavo curiosità per tutte le forme di vita, dal grillo al lombrico alla lucertola. In fondo, quel che dovevo fare è come se fosse già scritto».

Una scelta incosciente

Francesco e Flavia

Tuttavia, la strada che Francesco e Flavia scelgono per sé non conduce immediatamente alle vigne. Studiano una al liceo classico, l’altro al liceo scientifico, situati nello stesso edificio, ed è a quei tempi che si conoscono. Poi si dedicano Francesco agli studi di architettura, Flavia alla storia dell’arte. È proprio in questo periodo che, per la prima volta, Francesco si cimenta con il lavoro della terra, facendo uno stage presso il nonno di Flavia che possedeva appunto una vigna a San Gimignano.

Anni dopo, alla morte del nonno, riprendono in mano il discorso, e lo fanno con incoscienza, certo, ma anche con grande serietà e umiltà puntando, da subito, alla produzione di vini naturali e territoriali. Tutto questo non poteva esistere in un’azienda che non fosse convintamente e immediatamente biologica e naturale. «Tra le prime scelte che abbiamo intrapreso c’è stata la frequentazione di un corso presso l’agronomo Ruggero Mazzilli1 per comprendere quali fossero i fondamenti di un approccio autenticamente sostenibile. Abbiamo lavorato da subito per ottenere la certificazione. Non abbiamo avuto esitazioni in tal senso».

Ecco quello che, sul sito aziendale, Flavia e Francesco definiscono un «matrimonio con la terra […] Significa stipulare un’alleanza con un pezzo di terra, affermare che lì, in quel posto preciso, si vuole dimorare, che ci si prende il tempo di attendere lì e non altrove i frutti del proprio lavoro».

Vivere con gli animali

In questo patto, gli animali svolgono un ruolo di primaria importanza.

Continua Francesco: «Come prima cosa, come base di questo approccio, abbiamo riportato gli animali in azienda. Abbiamo galline, capre, conigli, cani, un asino. Gli animali sono fondamentali e importantissimi, non solo per il contributo concreto che forniscono all’azienda aiutando a mantenere il suolo vivo e naturalmente fertilizzato, ma anche perché ci insegnano molto. Gli animali hanno bisogno di attenzioni costanti. Sono più deboli di noi, e ci responsabilizzano. Ci richiamano costantemente alla cura, a un atto di amore, e danno dinamicità all’azienda».

Senza dimenticare un altro contributo fondamentale e non monetizzabile: gli animali danno felicità. A Flavia, a Francesco, e ai loro figli di Clara di 8 anni e Bernardo di 1 anno, che in mezzo agli animali ci stanno letteralmente crescendo, frequentando una vera e propria scuola di natura, amore e libertà.

Ascoltare la natura

L’umiltà nei confronti della natura, e la capacità di saperla ascoltare fanno sì che le vigne siano anche naturalmente più resilienti. Come mi dice Francesco, è inutile negare gli effetti della crisi climatica: «Le stagioni sono più nervose. Le gelate, che una volta erano una rarità, stanno diventando sempre più frequenti. In tutta l’estate 2022, inoltre, abbiamo visto solo 400 millimetri di acqua, tanto che stiamo ragionando di come predisporci a raccogliere e mettere a frutto le bombe d’acqua, che stanno diventando anch’esse sempre più frequenti».

«Eppure, siamo anche convinti che la natura sia molto più brava e preparata di noi, che spesso ci facciamo prendere dall’ansia, a reagire ai cambiamenti. Tutte le soluzioni che ricerchiamo vanno nella direzione di rafforzare le difese naturali dell’ecosistema».

L’azienda Cappellasantandrea

  • Ettari 7,5 – Bottiglie 40.000
  • Fertilizzanti: compost, letame, sovescio
  • Fitofarmaci: rame, zolfo, organici
  • Diserbo: lavorazione meccanica, manuale
  • Lieviti: selezione di lieviti indigeni
  • Uve: 100% di proprietà
  • Certificazione: biologico certificato
  • Premi Slow Wine. Chiocciola all’azienda, protagonista di una rinascita contadina di grande concretezza, rimasta fedele ai profumi e ai sapori di una volta. Vino Top e Vino Quotidiano al loro Chianti Colli Senesi Arciduca 2019. Raffinato, succoso, integro nel frutto e ben sfumato nelle trame, ha tannini freschi e un sorso davvero aggraziato.

Cappellasantandrea e l’essenza della bontà dei vini

Questo atteggiamento di rispetto e umiltà nei confronti della natura ha ripercussioni evidenti e immediate sulla bontà dei vini. Mi spiega Francesco: «Il nostro mantra, da sempre è intervenire il meno possibile in questo ecosistema vivo e fruttuoso. I nostri sono vini che esprimono il più possibile l’essenza del territorio in cui viviamo. È così per le nostre Vernacce, per il nostro Chianti, e il nostro Le Maritate, che nasce da un vecchio vigneto dove ancora resistono alcune viti “maritate” all’acero campestre, dove si coltivano diversi vitigni – ciliegiolo, colorino, sangiovese, vernaccia. Ne otteniamo un rosso originale, che affonda le sue radici nella storia della mezzadria toscana, frutto di un profondo e rispettoso legame con la terra, capace di ricordare l’armonia di un tempo che ancora ha tanto da insegnare».

Non c’è vino di Cappellasantandrea che non abbia un’identità scolpita nell’anima, che non racconti un territorio trattato con amore e rispetto. La capacità di cogliere l’essenza del territorio è l’idea di bontà del vino, secondo Cappellasantandrea, un’idea che come Slow Wine non possiamo non condividere appieno.

Buono, pulito, giusto. Se l’essere buono del vino è dato dalla sua aderenza al territorio, e se il suo essere pulito è dato dalla capacità di creare un ambiente favorevole alla vigna, limitando al minimo gli interventi, il suo essere giusto riguarda la sua capacità di garantire un lavoro, un reddito, e di cementare relazioni. Mi dice Francesco: «Oggi la burocrazia sta rendendo tutto più difficile, ma nel lavoro del vigneto ci siamo sempre arricchiti di apporti umani, reali, profondi. Il lavoro della terra è un lavoro collettivo e autentico».

Note

  1. Specialista in viticoltura ed enologia sin dagli anni Ottanta, si è impegnato per diffondere la cultura del biologico. Dopo una lunga esperienza in Piemonte, da anni lavora in Toscana dove nel 2008 ha fondato la Stazione sperimentale per viticoltura (Spevis) attraverso la quale, oltre all’attività di consulenza professionale, porta avanti numerose ricerche scientifiche in collaborazione con enti di ricerca e altri viticoltori. È autore del manuale Viticoltura biologica. Tecniche agronomiche e strategie di difesa, Edagricole 2019

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

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