Slow Wine Latam: il vino buono, pulito e giusto in America Latina

17 Dicembre 2021

La Slow Wine Coalition si esprime, nel mondo, in maniere molto diverse. In alcuni Paesi, come in Macedonia, è lo strumento per lavorare su aspetti normativi che riguardano il mondo della produzione. In Cina rappresenta un’opportunità per sviluppare un aspetto agricolo ancora poco esplorato. Altrove è già diventata l’espressione comunitaria di più Paesi che si riconoscono in un certo tipo di produzione.

È questo il caso di Slow Wine Latam, dove Latam sta per Latino America. Una rete estesa a più Paesi – Argentina e Cile in primis – che stanno cercando di ridefinire la propria identità, il ruolo sociale e culturale delle cantine, e il contributo che possono offrire alla sostenibilità ambientale e alla tutela del paesaggio.

Ad animare la rete e a promuovere la diffusione del Manifesto Slow Food per il vino buono pulito e giusto è, tra gli altri, Juan Gualdoni, un giovane entusiasta, promotore della comunità Slow Food NO-BA Gastronómica, impegnata nella generazione di consapevolezza alimentare. 

Innanzitutto raccontaci di te. Chi sei, cosa fai? Come nasce il tuo impegno con Slow Food?

Sono argentino ed è in Argentina che lavoro, ma ho studiato in Italia, a Bologna, dove ho conseguito un master in relazioni internazionali. In quel periodo ho conosciuto Slow Food. Ho lavorato per un certo periodo negli uffici di Slow Food International, e mi sono occupato di gestire i rapporti con la rete latinoamericana. Ho un forte interesse per la gastronomia, ma negli ultimi anni mi sono appassionato anche al mondo del vino. Oggi lavoro con piccoli e medi produttori per aiutarli a sviluppare nuove strategie di mercato. Mi interesso, in particolare, al tema dei lieviti indigeni e dei vini naturali.

La rete del vino in America Latina

Firma dal Manifesto a cantina Sitio La Estocada, Tupungato, Mendoza, della famiglia Michelini. Più di 10 produttori sono stati presenti parlando dal vino slow, condividendo un menù slow e confrontandosi tra loro.

Com’è nata la rete Slow Wine in America Latina, e chi ne fa parte?

Come in molte altre occasioni la rete Slow Wine Latam è nata da un’esigenza sentita e condivisa da molti produttori. Condividere esperienze, problemi e soluzioni. Facendolo, e presentandosi come un gruppo ci sono più possibilità di fare ascoltare la propria voce. Per ora, la rete della Slow Wine Coalition è costituita da loro: i produttori vitivinicoli. L’obiettivo, tuttavia, è di estenderla anche ad altri, a chi col vino ci lavora. Penso ad esempio ai cuochi, e al grande impatto che potrebbe avere il fatto di poter trovare ristoranti che riflettano una stessa idea agricola nel menù dei cibi e nella lista dei vini.

Con l’evoluzione della rete sarebbe bello poterne accogliere tanti, e comunicare ai consumatori che determinati ristoranti si segnalano non solo perché cucinano Presìdi Slow Food e prodotti dell’Arca del Gusto; non solo perché promuovono campagne come Slow Meat e Slow Fish; ma anche perché nella loro lista dei vini ospitano solo etichette che esprimono la sostenibilità ambientale e la tutela paesaggistica, e che hanno un valore sociale. Insomma, etichette che rispecchiano i valori del Manifesto Slow Food per il vino buono, pulito e giusto.

Ci sono adesioni da tutti i Paesi? Oltre all’Argentina che immagino sia tra i più rappresentati, quali sono gli altri paesi prioritari?

È corretto, l’Argentina è il Paese che, insieme al Cile ha la tradizione produttiva vitivinicola più forte in tutto il Centro e Sud America. Di conseguenza Argentina e Cile sono i paesi più rappresentati nella Slow Wine Latam. I produttori argentini e cileni, a loro volta, fanno da traino ai produttori di altri Paesi, come Perù, Uruguay, Brasile e Messico. In molti di essi stanno emergendo storie ed esperienze che meritano di essere raccontate. Tra queste la produzione dei vini in anfora peruviani da parte di Pepe Moquillaza, che utilizza anfore antiche, risalenti alla fine del Settecento; o i vini dell’enologa brasiliana Marina Santos, una paladina dei vini naturali; o ancora quella dei Michelini, un’intera famiglia che, in Argentina, si è votata alla vitivinicoltura.

L’Argentina non è solo Malbec, e il Cile non è solo Carmènere

Molti associano l’idea del vino argentino alle monocolture e a un processo di produzione fortemente industrializzato e modernizzato. Che idea volete comunicare attraverso i viticoltori e le cantine che porterete a Bologna per la Slow Wine Fair e la Coalition?

Qualcuno potrebbe erroneamente pensare che il vino argentino sia un fenomeno moderno. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Sebbene le bottiglie di Malbec abbiano iniziato a essere esportate in grande quantità solo negli anni Novanta, le radici del vino argentino sono antiche quanto gli inizi della colonizzazione. Risalgono al XVI secolo. Nel 1550, quando furono piantate le prime viti nella regione di Mendoza, tutto il vino era ovviamente biologico. Ma oggi, per molti, il vino argentino è – anche correttamente – associato a un processo di produzione fortemente industrializzato e “modernizzato”. L’agricoltura Argentina è in larga parte fatta su terreni di grandi dimensioni: è così per la soia, è così per gli allevamenti di migliaia di capi di bestiame, è così anche per il vino.

Se uno pensa al vino argentino, è facile che gli venga in mente il Malbec prodotto da qualche grande cantina  che lo coltiva su una distesa di centinaia di ettari. Eppure anche in Argentina ci sono viticoltori di piccole o medie dimensioni che producono vini del territorio, che utilizzano altre varietà di uve meno conosciute e lieviti indigeni. È a questi produttori che vogliamo dare spazio, per raccontare che il vino argentino è anche, ma non solo, Malbec – così come il vino cileno non è solo Carmènere – e che al di là dei grandi brand affermati a livello internazionale c’è molto altro da scoprire e assaggiare.

Per un vino realmente naturale

Quali le sfide future?

Per me la sfida principale è che di tutto questo fermento non si appropri la grande industria, che ovviamente potrebbe vedere dei vantaggi commerciali nel passaggio alla produzione di vini naturali. Ma mi piacerebbe fare sì che i termini vino naturale o vino sostenibile non vengano standardizzati con leggerezza.

Mi piacerebbe lavorare alla costruzione di una rete che abbia un senso, che costruisca un’idea di vino realmente naturale, che mostri il significato della sostenibilità ambientale e anche l’importanza di essere una rete collaborativa, dove il ruolo dei singoli si definisce anche nella relazione con gli altri.

Vuoi un esempio? Eccolo. Mendoza è probabilmente la regione maggiormente conosciuta per la produzione del vino. Si tratta di un territorio desertico, che però negli ultimi anni sta fronteggiando problemi molto seri determinati dalla crisi climatica. Ci sono piogge torrenziali, vere e proprie alluvioni, che storicamente non appartengono a questo posto. Al contempo, la disponibilità idrica è estremamente limitata. Tutti questi aspetti vanno gestiti a livello di rete, di comunità.

Anche se a febbraio-marzo i viticoltori dell’America Latina saranno in piena vendemmia, una loro delegazione sarà presente alla Slow Wine Fair e agli incontri della Slow Wine Coalition a Bologna. Siateci anche voi!

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La Slow Wine Fair, dal 26 al 1° marzo a BolognaFiere è la manifestazione internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto. #SloWineFair

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

Cover image: Firma dal Manifesto a cantina Sitio La Estocada, Tupungato, Mendoza della famiglia Michelini. Più di 10 produttori sono stati presenti parlando dal vino slow, condividendo un menù slow e confrontandosi tra loro.