Quando la cura per la terra è una questione di famiglia

28 Dicembre 2021

Mentre Alexis Paraschos mi racconta la storia della sua famiglia, ne immagino già la sceneggiatura per una di quelle pellicole un po’ stropicciate che fotografano la nostra Italia, quella che non c’è più. Trieste, anni Settanta, un giovane uomo, Evangelos Paraschos, arriva da Salonicco per gli studi universitari.

Ma le storie non vanno mai come quando si inizia a scriverle, ed Evangelos Paraschos conosce Nadia Nanut, e con lei le campagne intorno a Gorizia.

Evangelos Paraschos si innamora di tutto, soprattutto di quell’anima contadina che resiste alla rivoluzione verde e protegge la terra. Sullo sfondo, la crisi della ex Jugoslavia, i confini che cadono, l’Europa che cresce e la modernità che prende il gusto di una nuova libertà.

Una storia di confine

«Mio padre è arrivato a Trieste per studiare farmacia. Dopo la laurea però, la vita l’ha portato da tutt’altra parte». Insieme al fratello Jannis, Alexis gestisce oggi la cantina e l’agriturismo Paraschos, tra San Floriano del Collio e Olsavia (Gorizia), regione vinicola che certo ricorderete per le grandi espressioni di Ribolla e per quei maestri come Radikon o Gravner che sono stati fonte di ispirazione e termine di confronto anche per la famiglia Paraschos.

Continua Alexis: «La storia della nostra cantina è stata condizionata dalla storia della nostra città. Gorizia viveva di una economia basata sul confine, tutta incentrata sulle corriere piene di “turisti degli acquisti”, organizzate da agenzie apposite, che venivano in città a cercare quei prodotti che non trovavano in casa. Quando la Jugoslavia si è frantumata, questo flusso è venuto a mancare, e molti commercianti si sono ritrovati impreparati. La città ha attraversato momenti difficili, in pochi avevano fiutato l’imminente caduta di quel confine e di quel commercio».

Paraschos e dove trovarla alla Slow Wine Fair 2022

Paraschos sarà presente alla Slow Wine Fair con i suoi vini. Se vuoi scoprire la wine list dell’azienda, passa alla scheda!

È in quegli anni di crisi che Evangelos riesce ad acquistare le prime terre: «Di terra per coltivare la vite non ce n’era. Papà ha trovato in extremis terre lavorabili: tre ettari tra San Floriano e Oslavia, da un agricoltore costretto a vendere perché le rese delle vigne erano basse e non sufficienti a garantirgli il compenso necessario per vivere. Questo succedeva tra il ’97 e il ’98, io avevo tra i 16 e i 17 anni e non posso negare che quella scelta abbia influito e tanto sulla mia vita. Per me è stato naturale ritrovarmi in vigna. Paraschos è un progetto comune, siamo partiti nel momento in cui anche io cercavo di costruire il mio futuro. Ora portiamo avanti l’azienda io e mio fratello Jannis, mentre mio padre rimane un punto di riferimento, un mentore». Un mentore che, pensiamo, sicuramente ha segnato la strada dei due ragazzi. Anche, e forse soprattutto, in merito alle scelte agronomiche.

Prima l’agricoltura, poi il vino

Il rispetto della vigna e dei suoi frutti è un tratto caratteristico della vostra storia aziendale. Avete mai considerato altre strade?

«Papà ha iniziato a interessarsi al vino perché affascinato dai contadini e viticoltori del Collio che, negli anni Settanta e Ottanta, lavoravano la terra con rispetto, e non si sognavano certo di introdurre diserbanti in vigna. Sono loro ad avergli trasmesso quell’amore per la terra che fa desiderare di passarla ai figli e non di sfruttarla e basta. La cura per la terra è stato quello che ha fatto innamorare mio padre del vino, e la cura per la terra è il fondamento del nostro lavoro. Noi non potremmo cambiare niente. Per noi è prima è venuta l’agricoltura biologica, sostenibile, ecologica che dir si voglia, poi è venuto il vino».

Una partenza tutt’altro che facile… Con quei primi tre ettari, Evangelos avvia infatti la sua produzione, ma i primi anni non sono certo semplici: «Siamo partiti producendo il vino nel garage di casa, e bisognava commercializzarlo entro i 12 mesi. Poi piano e con sacrificio siamo arrivati al risultato odierno. Abbiamo dovuto stringere i denti, rischiare, fare grossi investimenti: abbiamo scelto di fare vini che hanno bisogno di una cantina all’altezza delle loro potenzialità. Abbastanza grande da contenere un’intera annata di vini in fermentazione nei tini e gli altri in affinamento».

E noi tutti possiamo oggi affermare che n’è davvero valsa la pena. I vini firmati Paraschos ben rappresentano l’essenza della loro terra e della loro estrema volontà di rispettarne i frutti. Stiamo parlando di vini che escono dalla cantina dopo quattro anni: «Ora stiamo imbottigliando l’annata ’19 dei bianchi che rimarrà in bottiglia ancora un anno. Di rosso stiamo commercializzando il 2013 e il 2015. Cerchiamo di affinarli nel modo giusto: i nostri vini hanno spiccate acidità. Se da un lato questo consente una buona tenuta nel tempo, dall’altro si fanno attendere prima di essere bevuti».

Sperimentare rispettando

Qual è dunque il vostro approccio in cantina?

«Sperimentiamo sempre, ma sempre ci muoviamo nel solco del rispetto della materia prima. Dopo anni di tentativi credo che anche noi abbiamo trovato il nostro stile. Il nostro obiettivo è avvicinare più gente possibile a questo tipo di vino. Cercare di colpire il consumatore con la qualità. Mi fa piacere notare che oggi i giovani in Italia sono molto più attenti. È un passaggio importante: la moda per i vini naturali può aiutare ad avvicinarsi a un mondo più sostenibile. E soprattutto può aiutare a bere con maggiore consapevolezza». Soprattutto – aggiungiamo – quando si ricerca vino che non solo è buono, ma rispetta anche la terra e chi la coltiva.

Un brindisi con i vini Paraschos

Paraschos

Kai, il preciso

Il Kai è la nostra bandiera, il vino che produciamo da più anni in purezza. Fatto con uve di friulano da una vigna vecchia, una scelta di stile. È il nostro bianco della casa, meno macerazione per un vino cristallino, preciso, dritto, salino.

Orange One, l’esuberante

Orange One, con l’uvaggio tipico del Collio: ribolla, malvasia e friuliano. Fa una lunga macerazione che richiama le tradizioni locali: l’intera fermentazione avviene sulle bucce, fino a tre settimane nel tino. Siamo partiti con l’idea di fare un vino che fosse storico, ovvero come si faceva qui nel Collio a inizio del Novecento, prima della Grande guerra. Posso dire che sia un vino esuberante, perché raggruppa le tre anime del Collio che messe insieme fanno un vino ricco e potente. Che spinge un po’ da tutte le parti: aromaticità, tannicità, frutto, corpo.

Not, il piacione

Il Pinot Grigio in rosso si chiama Not. Anche qui lasciamo macerare sulle bucce per una settimana. Fa solo un anno in legno: ha meno acidità e quindi è pronto prima. Questo è un vino più morbido, ha comunque tannino lungo ed è un vino che si abbina un po’ a tutto. È il vino per andare sul sicuro, un po’ più ruffiano, piacione (quello che porterei a mia zia Rosa ndr).

La Ribolla, l’istituzione

La Ribolla più che la bandiera dell’azienda è un baluardo per la nostra regione. A Oslavia la ribolla trova il suo habitat e si fa per motivi istituzionali, bisogna farla. Facciamo la Ribolla in purezza solo nelle annate migliori, quelle più soleggiate, quando i tannini sono più maturi. La Ribolla è un vino austero, serio, richiede più attenzione e disponibilità. Con la sua acidità e il suo tannino richiede l’abbinamento giusto, non è il vino da bere all’aperitivo da solo, è più un vino gastronomico. Bisogna affinarlo per ingentilire il tannino, che non teme l’età. Un vino da collezionismo.

Malvasia Amphoreus, la mediterranea

La Malvasia in anfora richiama la tradizione mediterranea, con macerazioni molto più lunghe: rimane sulle bucce tutto il tempo dell’affinamento (quasi un anno) e poi senza alcun passaggio in botte va in bottiglia e dove affina. Nella lavorazione non utilizziamo la pressa: l’uva viene diraspata per poi decantare per un anno. Per fare questo vino quindi, come macchinario usiamo solo la diraspatrice. Ne viene fuori un vino molto interessante che unisce la complessità di una lunga macerazione alla finezza di un vino da mosto fiore, privo anche di pressatura soffice, e caratterizzato dall’assenza totale di pressatura.

di Michela Marchi, info.eventi@slowfood.it

La Slow Wine Fair, dal 27 al 29 marzo a BolognaFiere è la manifestazione internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto. #SlowWineFair

Le foto a corredo dell’articolo sono state gentilmente fornite da Parachos.