Due profeti, o meglio Due Santi a Bassano del Grappa

07 Febbraio 2024

Il mondo delle famiglie viticole è vario. C’è chi arriva da un lungo percorso, a volte secolare, in mezzo ai colli vitati. C’è chi è il primo o la prima, nella linea familiare ad aver scelto la terra e il vigneto. Ci sono poi famiglie come quella di Stefano e Adriano Zonta di Vigneto Due Santi che si collocano nel mezzo, che praticano la viticoltura da alcune generazioni, avendo impresso un cambiamento repentino alle proprie vite.

La storia degli Zonta come viticoltori inizia negli anni Sessanta a Bassano del Grappa. All’epoca, il paese era un fiorente polo conciario, ed era quello il mestiere della famiglia di Stefano e Adriano. «I nostri genitori e zii avevano un’azienda di famiglia attiva nel settore. Ma, come spesso e per fortuna accade, sentono il richiamo della terra, e quasi per caso acquistano quello che a Bassano era forse il miglior pezzo di terra per coltivare la vite».

Il vigneto e anche l’oliveto costituiscono dei motivi emozionali, ma i genitori di Stefano e Adriano vanno oltre e da subito si insediano nella proprietà con uno spirito estremamente innovativo per l’epoca: «Senza avere esperienze pregresse, si fanno aiutare da un agronomo per le scelte in vigna, e da un enologo per la conduzione della cantina. Stabiliscono contatti con la Scuola Enologica di Conegliano, e fin dai primi anni presentano un volto estremamente evoluto per l’epoca, proponendosi come un’azienda modello».

La vigna resta

Negli anni Settanta arriva la crisi. La fiamma iniziale, che aveva portato tutta quella innovazione ed energia si spegne. La famiglia torna in conceria ma non chiude l’attività agricola. In azienda viene lasciato il fattore a governare i terreni… L’avventura degli Zonta avrebbe potuto chiudersi qui. I genitori conciatori e i due cugini, Stefano e Adriano, che sembrano imboccare percorsi completamente diversi: il primo studia Ingegneria, e arriva in azienda nel 1988; il secondo dopo gli studi in Economia e commercio fa un’esperienza importante nel mondo della ristorazione, per poi approdare alla Due Santi nel 1998.

A un certo punto, il richiamo della vigna è arrivato anche per loro. «Sentito quel richiamo, ho deciso istintivamente di tornare, anche se era un ritorno senza alcuna conoscenza alle spalle. Da subito, però, il nostro è stato un discorso di qualità. E da subito il confronto continuo ha costituito il fondamento del nostro stile lavorativo».

In un discorso di qualità la vigna, e il suolo su cui poggia e affonda le radici, occupano ovviamente un posto importante, se non il primo: «Quando abbiamo iniziato, abbiamo impostato il lavoro con un obiettivo semplicissimo: quello di lavorare per lasciare la terra con la stessa potenzialità fertile dei primissimi giorni. Noi passiamo, ma la vigna resta, e la terra resta. Preservarne la capacità di produrre, e di dare un prodotto sano, sono i nostri fondamentali princìpi produttivi».

Al ritmo della natura

Ed è così che scegliere la strada della natura e della naturalità per Stefano e Adriano diventa scontato. Questo in un contesto generale in cui ancora per molti – troppi –, in vigna e nel campo, scontato non lo è affatto. «Abbiamo scelto da subito di assecondare i ritmi della vigna, e della natura. E questo significa avere annate anche molto diverse l’una dall’altra, in cui il protagonista assoluto è il terroir. Non siamo certificati biologici, perché abbiamo un atteggiamento anarchico, a questo riguardo. Ma ciò non toglie che la qualità e la naturalità siano una tensione continua in tutto quel che facciamo».

Lo abbiamo accennato prima, un altro elemento importante per Vigneto Due Santi è stato il confronto continuo. «Non abbiamo fatto studi specifici, perciò le nostre conoscenze sono maturate tutte in campo, e assaggiando moltissimo. Abbiamo interrogato e ascoltato i vecchi, i produttori che stimavamo per come lavoravano e per i vini che facevano, abbiamo girato tantissimo per riuscire a trovare la nostra strada». Ed è una strada su cui Stefano e Adriano si incamminano a mente libera, senza preconcetti, consapevoli dell’importanza di intraprendere ogni scelta in assoluta liberà.

Buona parte di queste scelte riguardano il contesto ambientale. Gli ettari aziendali sono 35, quelli destinati ai vigneti 20, di cui 13,5 in produzione. «Per il resto» mi dice Stefano «abbiamo 6 ettari di oliveto, e poi boschi e prati, tutti fondamentali all’economia dell’azienda».

Vigneto Due Santi in breve

  • ettari 15 – Bottiglie 100.000
  • Fertilizzanti: organo-minerali, letame
  • Fitofarmaci: chimici di sintesi, rame, zolfo, organici
  • Diserbo: lavorazione meccanica/manuale
  • Lieviti: inoculo di lieviti indigeni, inoculo di lieviti selezionati
  • Uve: 100% di proprietà
  • Certificazione: nessuna certificazione
  • Premi Slow Wine. Chiocciola. Un piccolo paradiso di vigne e olivi è lì ad accogliere chiunque cerchi una lettura originale, autoriale, libera e straordinariamente bella di un Veneto fuori dal coro. Vino top e Vino slow al Breganze Rosso Cavallare 2019. Questa emblematica etichetta racconta con maestria il territorio, esprimendo finezza e potenza varietale e riassumendo nel bicchiere storia e visione aziendale. Ha un bel sorso fresco e slanciato.

Vini di luce

Sulla scelta delle uve da coltivare, mi dice Stefano: «I nostri vini si giocano più sulla luce che sul calore. Abbiamo iniziato con un po’ di tutto. La nostra inclinazione è prevalentemente rossista, come racconta bene il nostro Due Santi, fatto con uve Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. Le stesse uve le ritroviamo anche, in diverse proporzioni, nel Cavallare. Il primo, con un Cabernet Sauvignon al 75%, rappresenta per noi un uvaggio di rottura; la seconda etichetta invece, con uve Cabernet Franc e Merlot, è un uvaggio di tradizione, di territorio». I due cabernet li ritroviamo anche nell’etichetta Cabernet, appunto, e a completare la gamma dei rossi c’è anche un Merlot in purezza. 

Vitigni internazionali, dunque, che Stefano definisce «molto eccitanti», per la capacità di farsi perfetti interpreti del territorio. Come rimarca Adriano: «il mio vino è un vino fatto a Bassano del Grappa, nel vigneto Due Santi e, si, con uve cabernet».

La terra bianca, il costone calcareo dell’Altipiano di Asiago (sedimentazione antica in ambiente marino di rocce calcaree, gli strati superiori sono ricchi di fossili) non lasciano certo inalterato ogni vitigno che venga piantato qui, anzi regalano sapidità e unicità. Non è da meno il clima, caratterizzato da forti correnti d’aria che rendono il cielo terso e la zona sempre luminosa permettendo alle uve di esprimersi al meglio.

Sui bianchi, che sono stati presi in mano praticamente da zero, la scelta è ricaduta tanto sugli autoctoni quanto sui grandi vitigni internazionali. Ecco, allora, da una parte il Campo di Fiori, una malvasia istriana in purezza e il Rivana, ottenuto invece da uve Tocai al 100%; dall’altra il Sauvignon in purezza e il Pinot Bianco, che si è perfettamente adattato al terroir, e con il quale Stefano e Adriano guardano ai grandi vini della Côte d’Or.

E, contrariamente al detto nemo profeta in patria, Stefano e Adriano sono proprio profeti sul loro territorio. Il Veneto è il mercato principale, e direi che ha trovato due profeti, anzi due santi perfetti.

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

Organizzata da BolognaFiere e Sana da un’idea di Slow Food, Slow Wine Fair è la manifestazione internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto. Dal 25 al 27 febbraio 2024, convegni, masterclass, e l’esposizione di circa 1000 cantine italiane e internazionali e oltre 5.000 etichette. La biglietteria è disponibile online. Iscriviti alla newsletter per essere aggiornato su tutte le novità. #SlowWineFair2024

Skip to content