Di pecore e vigne: Corzano e Paterno

23 Dicembre 2023

Tutto ha inizio negli anni Settanta. È allora che Wendel Gelpke, architetto urbanista in Svizzera, decise di acquistare Corzano, una fattoria sulle dolci colline di San Casciano in Val di Pesa che il proprietario del tempo, il marchese Ippolito Niccolini, aveva messo in vendita. Di lì a poco, nel 1974, alla prima proprietà si aggiunse Paterno. Da quel momento tra la famiglia Gelpke-Goldschmidt e Corzano e Paterno si creò un legame indissolubile.

L’idea alla base di tutto era tutto sommato semplice. Wendel aveva in mente di riunire la famiglia, sparsa in più posti in Europa, in un unico luogo. Di ricreare una comunità, e di iniziare un percorso insieme. Dove avrebbe portato, quel percorso, non era ancora chiarissimo.

Un primo passo verso l’identità attuale di Corzano e Paterno fu compiuto con l’acquisto di un gregge di 30 pecore sarde. A Wendel era stato detto che il pascolo delle pecore era uno dei migliori metodi per ripulire i campi abbandonati, com’erano allora quelli della tenuta che dovevano essere liberati dalle infestanti.

Da un piccolo gregge ai formaggi

Ovviamente le pecore necessitavano di cure, le si doveva mungere. È Arianna Gelpke, figlia di Wendel, a raccontarmi la storia di famiglia: «All’inizio ci limitavamo a vendere il latte. Poi abbiamo deciso di costruire un caseificio, e iniziare a fare il formaggio. Il piccolo gregge è cresciuto: oggi abbiamo circa 700 capi, e produciamo una quindicina di tipi di formaggio, prevalentemente commercializzati in Italia, dal pecorino al Dante – che è un po’ un punto di incontro tra l’idea italiana di formaggio e quella inglese –, dallo Zaffero, che si ispira al Piacentinu ennese, al Buccia di rospo, che deve il suo nome alla particolare crosta fiorita. A occuparsi della linea di produzione dei formaggi è Antonia Ballarin, la moglie di mio cugino Aljoscha Goldshmidt, insieme al loro figlio Oscar che gestisce sia le stalle che il caseificio».

Ora, credo, molti potrebbero sentirsi un po’ disorientati. Dovremmo parlare di vino, e invece stiamo parlando di formaggio. Eppure – dovremmo averlo capito da altre storie di vigna – gli animali sono un elemento fondamentale dell’economia rurale. Puliscono, il loro letame contribuisce alla fertilizzazione del terreno, supportano il settore della produzione vinicola… Poi, certo, il produrre formaggi non è automatico per tutti, ma in questo caso lo si fa, ed è bello parlarne!

Dei 200 ettari di terreno di Corzano e Paterno, la maggior parte è destinata al pascolo, e alla produzione di paglia e fieno per alimentare gli animali.

L’azienda Corzano e Paterno

  • 20 ettari –100.000 bottiglie
    Fertilizzanti: compost, letame
    Fitofarmaci: rame, zolfo
    Diserbo: lavorazione meccanica / manuale
    Lieviti: inoculo di lieviti indigeni
    Uve: 100% di proprietà
    Certificazione: biologico certificato
    Premi Slow Wine: Chiocciola. Eccoci al cospetto di una bellissima realtà contadina, dove gli eredi della famiglia allargata di Wendelin Gelpke portano avanti il progetto di vita nato negli anni Settanta, quando acquistò prima Corzano e poi Paterno. Vino Top e Vino Slow a I Tre Borri 2020. Da una selezione di uve sangiovese delle vigne più vecchie, propone sentori fruttati e un pizzico di austerità: è succoso, saporito, di spessore, e trasmette una sensazione di purezza.

Vini ai confini del Chianti

Corzanello, Fattoria Corzano e Paterno, Loc. San Pancrazio, San Casciano Val di Pesa (FI), Toscana, Italia

Un altro passo verso l’identità attuale di Corzano e Paterno fu l’impianto dei primi 6 ettari di viti, cui nel tempo se ne aggiunsero altri fino ad arrivare ai circa 20 attuali. A occuparsene fu, fin dall’inizio, Aljoscha, mentre oggi la gestione delle vigne e della cantina è affidata a lui ad Arianna (dal 2004) e a William, il figlio di Aljoscha, appena rientrato in azienda.

Le vigne si trovano ad appena 17 chilometri a sud di Firenze, appena fuori dalla regione del Chianti Classico, e le uve coltivate appartengono sia a varietà autoctone – sangiovese, canaiolo, malvasia e trebbiano –, accanto a varietà francesi – cabernet sauvignon, merlot e chardonnay. Mentre il mercato dei formaggi è essenzialmente italiano, le bottiglie di Corzano e Paterno sono commercializzate al 95% sui mercati internazionali, dagli Stati Uniti alla Germania alla Svizzera.

La scelta è stata fin da subito quella di un’agricoltura che pesasse il meno possibile sull’ambiente, e la certificazione biologica è arrivata nel 2016. Commenta Arianna, riflettendo anche sugli effetti del cambiamento climatico che nelle loro vigne si fa sentire con tutta la sua veemenza: «Il biologico porta un maggiore equilibrio, e aiuta le piante a essere naturalmente più resistenti e protette. Non ci mette del tutto al riparo, ovviamente. Come molti altri vignaioli stiamo anticipando le vendemmie, e il sole sempre più intenso rende difficile il lavoro in campo. Non abbandoniamo l’idea del bio, però. Come strategie di sopravvivenza stiamo pensando all’adozione di reti ombreggianti, che mettano al riparo le vigne dai raggi diretti del sole; stiamo studiando impianti con una diversa esposizione, a nordest; e continuiamo ad adottare pratiche agronomiche che preservino la fertilità del suolo e abbiano l’impatto minore possibile sull’ambiente che ci circonda».

Gratitudine

Il sogno di Wendel, oggi, può dirsi realizzato. I membri della famiglia Gelpke-Goldschmidt gravitano intorno alla fattoria, anche se non tutti ci lavorano. C’è chi si occupa delle pecore e del caseificio, chi delle vigne, chi della gestione dell’agriturismo, chi dell’osteria e della cucina…

Si respira un senso di comunità che ha anche un riflesso di prospettiva futura. Mi dice Arianna: «Provo un senso di profonda gratitudine nel vivere a contatto con la terra e nel fare il lavoro che faccio. E l’obiettivo, per tutti noi che ci lavoriamo ora, è che anche le generazioni future possano sentirsi grate. Tutte le nostre scelte sono improntate all’idea di lasciare l’azienda nelle condizioni migliori possibili a chi verrà dopo di noi».

E in questo obiettivo, se vogliamo, è racchiuso il senso della definizione di vino buono, pulito e giusto, perché senza un costante pensiero al futuro non c’è bontà, pulizia e giustizia né, forse, il piacere di vivere bene nel presente, sentendosi orgogliosi di quel che si fa.

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

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