Con il volto verso il mare: Roberto e Lorenzo Pusole

09 Febbraio 2024

La 125 è, forse, una delle più belle strade che ho mai percorso in Sardegna, forse in Italia. Non l’ho fatta tutta, ma solo gli 86 chilometri del Nuorese che separano Orosei da Tortolì. Un percorso aspro, selvaggio, incantato, che impone numerose soste esplorative e contemplative: Dorgali, Baunei, Lotzorai. È qui, tra Baunei e  Lotzorai nella piccola Ogliastra che ha sede la giovane azienda dei fratelli Roberto e Lorenzo Pusole.

Giovani, in quanto viticoltori, ma la famiglia Pusole è impegnata da molto tempo nell’agricoltura e nell’allevamento. A raccontarmi la loro storia, ripercorrendone i principali passaggi è Lorenzo Pusole: «Nostro nonno, classe 1890, allevava capre a Baunei. Non aveva studiato ma si diceva fosse “laureato” per la conoscenza profonda della terra che si era guadagnato con l’esperienza diretta. Durante la Grande Guerra andò a San Donà di Piave, uno dei pochi qui da noi ad aver visto il Continente, e ne rientrò vivo, con l’idea di apportare i primi importanti cambiamenti all’azienda. Abbandonò le capre e scelse le pecore, e scese dalla montagna di Baunei per privilegiare terreni più collinari».

In famiglia si praticava all’epoca un’agricoltura mista, di sostentamento, allevando gli ovini e coltivando olivi, cereali e legumi. Il padre di Roberto e Lorenzo (Bernardo)  impresse un cambiamento più moderno all’attività, fondo’unitamente a tanti agricoltori  dell’ Ogliastra  a Tortolì  una cooperativa ortofrutticola e agrumicola e passando dalle pecore alle vacche, 14, di razza sarda. Iniziò inoltre a interessarsi alla viticoltura, conferendo le proprie uve a una cooperativa sociale di zona.

La viticoltura si affaccia anche sul ramo materno della famiglia, con l’altro nonno che con le sue uve produceva vino sfuso per poi rivenderlo sul mercato di Genova.

La terra nelle vene

«Nella nostra famiglia la terra è amore, passione, un attaccamento viscerale. Mio fratello ha intrapreso gli studi di enologia a Torino, Alba e Asti, e ha fatto quattro vendemmie in Langa, per specializzarsi e rafforzarsi grazie al confronto con uno dei territori viticoli più famosi in Italia e nel mondo. Mentre Roberto studiava, io ho impiantato i primi 10.000 ceppi, ora ne abbiamo 50.000». Accanto alle vigne, continuano a coesistere gli olivi, l’allevamento di greggi che in inverno pascolano libere in vigna smuovendo il terreno e fertilizzandolo naturalmente. E continuano a esserci gli alberi da frutta, tra cui numerose varietà di pere autoctone.

La terra è, insomma nelle vene. E lo è ancora, nel senso più bello e puro del termine, cosa che ai Pusole è stata riconosciuta anche da Cook del Corriere della Sera, dove nel 2023 sono stati premiati come uno dei 15 volti del vino italiano. «Niente diserbo, niente irrigazione, niente controllo della temperatura. Cannonau e Vermentino selvaggi». Scrive così Alessandra del Monte nella sua inchiesta, ed è di questa componente selvaggia che cerchiamo di parlare.

Il cannonau bianco, con il volto verso il mare

«Il nostro vino di punta si chiama Karamare: ha lo sguardo rivolto al mare, appunto, e nasce in vigneti situati in una conca di argilla e granito affacciata sul mare cristallino dell’Ogliastra. Il vigneto è attraversato dalle brezze marine da una parte, e dall’aria di scoronamento del Gennargentu dall’altra. Una doppia ventilazione che ci regala uve di qualità elevatissima, sane, coltivate interamente in biologico». Ma non è questa l’unica particolarità del Karamare.

L’altra è data dal vitigno di partenza, il cannonau bianco, ancora presente in tutte le vecchie vigne del paese. Non un cannonau rosso vinificato in bianco. La bacca bianca, croccante e ricca di pectine costituisce proprio la base di questo vino eccezionale. «La prima annata l’abbiamo prodotta nel 2016, con non poca paura, visto che per noi questa era proprio una sfida. In Sardegna il cannonau è rosso. A cannonau rosso sono coltivati il 91% dei vigneti. Il cannonau bianco è diffuso in un’area estremamente piccola, compresa tra Lotzorai e Baunei, probabilmente da un’epoca antichissima, ma ancora non gode di riconoscimenti ufficiali».

Lorenzo Pusole, infatti, ha provato a iscrivere il vitigno nel registro nazionale, senza successo. La “sfida” con il cannonau rosso è estremamente impegnativa, infatti.

Oltre al Karamare, gli altri vini prodotti in azienda valorizzano parimenti il territorio sardo: «Il Saccarè è ricavato in appena 1200 bottiglie da vigneti che hanno circa 70 anni di età: è un uvaggio tipico di Baunei, in cui rientrano uve cannonau, monica e muristellu, quella che in altre zone della Sardegna viene chiamata bovale». Completano la gamma il Cannonau di Sardegna Sa Scala e il Pusole Bianco, un vermentino in purezza. Il loro mercato è distribuito per metà in Italia (il 20% in Sardegna, il 30% nelle altre regioni) e per metà all’estero, tra Stati Uniti, Europa, e una piccola percentuale in Oriente.

Lorenzo Pusole in breve

  • ettari 8,5 – bottiglie 35.000
  • Fertilizzanti: letame in pellet, sovescio
  • Fitofarmaci: rame, zolfo, organici
  • Diserbo: lavorazione meccanica / manuale
  • Lieviti: inoculo di lieviti indigeni
  • Uve: 100% di proprietà
  • Certificazione: biologico certificato
  • Premi Slow Wine: Chiocciola. Conoscere Lorenzo e Roberto Pusole vi fa capire la nobiltà e il valore profondo di un’agricoltura che si prende cura della terra invece di sfruttarla. Vino top e Vino Slow a Karamare 2022. Un vino che continua a stupirci: un Cannonau bianco che si presenta con note di albicocca disidratata e sentori di macchia mediterranea e balsamici, oltre a spiccate note iodate. In bocca è ampio, caratteriale, lungo e succoso. Emozionante.

La lunga estate calda

Il cambiamento climatico è stato il tema di Slow Wine Fair 2023, ma è impossibile non parlarne sempre e ancora con molti vignaioli. In particolare, l’estate appena trascorsa ha fatto registrare proprio a Lotzorai un picco di caldo record. «Il 24 luglio, su circa 50 chilometri di costa si sono registrati 48 gradi. In uno dei nostri vigneti si sono raggiunti i 51 gradi, in quel pomeriggio». Un caldo infernale, di cui non c’è che un altro ricordo, mi dice Lorenzo: «Il 28 giugno del 1982 siamo arrivati a 46 gradi, un caldo che, come è successo quest’anno, devastò e bruciò i nostri vigneti».

Questa situazione non è facile da fronteggiare, per quanto si mettano in campo strategie di resistenza: «Manteniamo tante foglie sulle viti, in modo che possano rinfrescare il terreno, manteniamo l’erba sul suolo, cerchiamo di garantire la giusta distribuzione dei grappoli. Ciononostante, nel 2023 non ce n’è stato per nessuno. Abbiamo perso il 70% dei rossi, mentre l’unico che se l’è cavata egregiamente è il vermentino, perché la vigna è addossata a un crinale».

Una situazione difficilissima, che Lorenzo definisce «una lezione di vita». Sappiamo che Lorenzo e Roberto la stanno imparando, ne stanno traendo indicazioni importanti su come governare le uve, e su come interpretarle in cantina. E noi siamo convinti che la strada intrapresa sia la più saggia in assoluto.

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

Organizzata da BolognaFiere e Sana da un’idea di Slow Food, Slow Wine Fair è la manifestazione internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto. Dal 25 al 27 febbraio 2024, convegni, masterclass, e l’esposizione di circa 1000 cantine italiane e internazionali e oltre 5.000 etichette. La biglietteria è disponibile online. Iscriviti alla newsletter per essere aggiornato su tutte le novità. #SlowWineFair2024

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