Diversità ad alta quota in Valle d’Aosta: Di Barrò

03 Gennaio 2024

Il vino gioca un ruolo marginale nell’economia della Valle d’Aosta, e le persone sono spesso sorprese di sentire che la in regione si produca il vino. Infatti, la Valle d’Aosta ha il minor numero di ettari piantati a vite di di ogni altra regione italiana: poco più di 1000 in totale. Pochissimi rispetto al vicino Piemonte.

Eppure, nonostante le sue piccole dimensioni, il mondo del vino valdostano merita di essere scoperto. Nel piccolo territorio regionale, dal confine con il Piemonte ai piedi del Monte Bianco, troviamo vitigni, terroir, stili di produzione e condizioni climatiche che ne fanno un ambiente unico nel mondo del vino italiano.

Oggi ci concentriamo sulla Cantina di Barrò, a conduzione familiare, situata a Saint-Pierre, pochi chilometri a ovest dell’omonimo capoluogo valdostano, che produce ben 12 etichette diverse da poco più di tre ettari e mezzo di terreno. Si tratta di una cantina verticale in più di un senso: innanzitutto in senso economico, gestendo ogni fase del processo dalla potatura delle viti alla vendita delle bottiglie stesse, e in secondo luogo in senso geografico, con uve che crescono da 700 a oltre 900 metri sul livello del mare. Abbiamo parlato con Matteo Barmaz, enologo di terza generazione, di come riescono a gestire tanta diversità in un’area così piccola.

Non molte cantine valdostane possono vantare la diversità della Cantina di Barrò…

«Coltiviamo 13 varietà e le usiamo per fare 12 etichette diverse, esatto. Naturalmente tutto quello che facciamo deve essere fatto a mano. La viticoltura di montagna non permetterebbe la meccanizzazione neanche se la volessimo! Questi piccoli appezzamenti sono situati su ripidi pendii, troppo ripidi per qualsiasi forma di lavoro oltre alla vecchia maniera. È difficile, ma il nostro amore per quello che facciamo ci spinge sempre più in alto».

Come è iniziata la vostra storia?

«L’attività è iniziata negli anni Settanta, con mio nonno. Era ingegnere elettrico di professione, ma ha sempre avuto la passione per la viticoltura. Insieme a mia nonna comprarono alcuni piccoli appezzamenti di terreno e iniziarono a produrre qualche bottiglia, solo per il loro consumo personale. Con il tempo si espansero lentamente, pur rimanendo un’azienda interamente a conduzione familiare. Poi venne il turno di mio padre, Andrea Barmaz, che aveva studiato agronomia all’università, e si era concentrato soprattutto sui prodotti caseari. Ma quell’entusiasmo per la viticoltura si è tramandato, e anzi si è rafforzato quando ha incontrato mia madre, Rini Elviri Stefania. Insieme, hanno preso le redini dell’azienda nel 1999. Fin dall’inizio siamo stati un’azienda totalmente autonoma da ogni punto di vista: non compriamo uva da fuori e vinifichiamo nella nostra cantina. Non abbiamo nemmeno dipendenti! Siamo solo io, mia sorella Francesca e i nostri genitori».

Di Barrò in breve

  • Ettari 4 – Bottiglie 18.000
  • Fertilizzanti: letame
  • Fitofarmaci: rame, zolfo
  • Diserbo: lavorazione meccanica / manuale
  • Lieviti: inoculo di liviti indigeni
  • Uve: 100% di proprietà
  • Certificazione: nessuna certificazione

Quali vini producete? Ne hai menzionati 12 da 13 diverse varietà di uva…

«Abbiamo un buon mix di varietà autoctone, che perlopiù si adattano bene a qualsiasi terreno in cui le pianti, qualunque sia il clima. Ci sono anche varietà più fragili, come il mayolet, che non ama l’umidità. Ha una buccia molto sottile e marcisce piuttosto facilmente. Abbiamo anche varietà internazionali, che qui si stanno adattando particolarmente bene, visto l’aumento delle temperature negli ultimi cinque anni. Per mettere le cose in prospettiva, 10 anni fa c’erano varietà che raccoglievamo in ottobre e che oggi vendiamo a fine agosto. Lo chardonnay è normalmente la prima varietà che raccogliamo, insieme a quelle varietà rosse autoctone precoci come il mayolet. Negli ultimi anni, dal 2016, stiamo usando queste uve precoci dell’inizio della vendemmia – chardonnay, pinot bianco, pinot grigio e petit arvine – per fare una piccola tiratura di uno spumante metodo tradizionale».

Immagino che tutte le diverse etichette che producete siano a tiratura limitata…

Dato che produciamo solo 20.000 bottiglie all’anno in totale, sì, nessuna di esse potrebbe essere considerata altro che piccola. Oltre il metodo tradizionale frizzante abbiamo tre bianchi, sette rossi e un passito. Tre delle quattro uve che usiamo per lo spumante sono offerte anche in purezza: lo chardonnay, il pinot bianco e il petite arvine. Quanto ai rossi, offriamo in purezza tre varietà autoctone: petite rouge, fumin e mayolet.

Forse il nome più famoso che si associa al vino valdostano è Torrette, di cui offriamo tre versioni, ma Torrette non è un vitigno. La nostra versione base è un assemblaggio di cinque varietà autoctone, ovvero petit rouge, fumin, cornalin, premetta e vien de nus; le versioni supérieur ne contengono anche un sesto, chiamato vuillermin. Per completare il quadro ci sono un syrah in purezza e il passito, fatto con uve moscato, pinot grigio e petite arvine.

Tutti questi vini sono invecchiati in tini d’acciaio: abbiamo abbandonato l’uso del legno oltre 15 anni fa, per permettere al carattere di ogni varietà di prendere il centro della scena. Crediamo che ogni vino debba riflettere l’identità del vitigno usato per produrlo.

Come siete arrivati a fare questa scelta?

Nel 2005 i miei genitori avevano una piccola cantina a Villeneuve, sotto casa, e all’epoca c’era un importatore di Londra che ogni anno veniva ad Aosta per assaggiare le ultime uscite. Così quell’anno arriva e vuole assaggiare il fumin, che all’epoca era vinificato in due lotti separati, uno in acciaio e uno in botti di rovere. Mio padre disse all’importatore che non era pronto, che l’assemblaggio doveva ancora essere fatto, e lui rispose: «Beh, fammeli assaggiare entrambi». Così fecero, e l’importatore disse che quello invecchiato in acciaio era più buono, e che avrebbe preso solo quello. Da quel momento abbiamo deciso di privilegiare l’acciaio, mettendo al primo posto gli aromi e le caratteristiche sensoriali delle uve e del loro terroir, e offrendo un’interpretazione più pura del nostro paesaggio locale.

La potatura nella neve. Ph. Cantina di Barrò

Dove viene commercializzato, oggi, il vostro vino?

Oggi tutto il nostro vino viene venduto in Italia, la maggior parte in Valle d’Aosta, forse fino al 90%, il resto in Lombardia e in Toscana. Non facciamo parte di nessuna grande rete di distribuzione, quindi non troverete le nostre bottiglie in nessun supermercato. Vendiamo tutto a piccole enoteche e wine bar locali, o ad acquirenti privati.

Perché avete aderito alla Slow Wine Coalition?

Abbiamo letto il Manifesto e ne condividiamo i princìpi. Crediamo in un vino buono, pulito e giusto; siamo molto rispettosi delle nostre uve, forse perché abbiamo quantità così ridotte di ogni varietà. Anche in cantina manteniamo i livelli di anidride solforosa sotto i 25 milligrammi al litro e non usiamo prodotti chimici. Lasciamo semplicemente parlare l’uva!

di Jack Coulton, info.eventi@slowfood.it

Organizzata da BolognaFiere e Sana da un’idea di Slow Food, Slow Wine Fair è la manifestazione internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto. Dal 25 al 27 febbraio 2024, convegni, masterclass, e l’esposizione di circa 1000 cantine italiane e internazionali e oltre 5.000 etichette. La biglietteria è disponibile online. Iscriviti alla newsletter per essere aggiornato su tutte le novità. #SlowWineFair2024

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