Matthiasson Wines: l’avanguardia della viticoltura sostenibile in California

03 Dicembre 2021

Pochi luoghi in tutto il mondo sono sinonimo di vino come la Napa Valley nel nord della California.

Mentre i vini californiani che troviamo comunemente in Europa provengono da un piccolo numero di vigneti condotti su scala industriale, nella regione ci sono anche molti produttori su piccola scala che seguono una filosofia molto più lenta. In California, una delle cantine all’avanguardia, sostenibile sia dal punto di vista sociale che ambientale, è Matthiasson. A gestirla, alla periferia della città di Napa sono Steve e Jill, marito e moglie e tra i primi firmatari del Manifesto di Slow Food per un vino buono, pulito e giusto.

Abbiamo incontrato Steve Matthiasson per parlare di come da oltre 20 anni la bandiera di Slow Wine sventoli nel loro vigneto e non solo.

Prima di dedicarti alla coltivazione dell’uva eri già coinvolto nella coltivazione sostenibile di altri frutti e verdure… Quali sono state le tue prime esperienze agricole e come e perché sei poi passato al vino?

Dopo aver studiato in ambito accademico la tecnica del sovescio per risparmiare energia e fertilizzanti, Jill ha lavorato per oltre un decennio come direttore di programma per la Community Alliance with Family Farmers. Dopo di che ha diretto una piccola non-profit dedicata alla riduzione dei pesticidi. Quanto a me, ho lavorato prima come consulente per la riduzione dei pesticidi nei vigneti e nei frutteti, e poi per la Lodi Winegrape Commission nel loro programma di sostenibilità. Durante questo periodo abbiamo coltivato il più possibile il nostro cibo e abbiamo imparato a conservarlo. E abbiamo iniziato a fare il nostro vino. Con il passare degli anni il vino ha esercitato un fascino crescente, pur essendo ancora molto concentrati sul cibo.

Jill e Steve Matthiasson. Ph: Marcus Jackson

Cosa coltivate oggi, oltre all’uva?

Abbiamo circa 250 alberi di pesche, pesche nettarine e susine. Naturalmente questa non è una fonte di reddito molto significativa rispetto al vino, ma vendiamo la frutta ai mercati contadini, ai ristoranti locali e soprattutto attraverso il nostro Wine Club. Con la nostra frutta realizziamo marmellate e conserve che poi inviamo ai membri del nostro club. Inoltre abbiamo circa 150 ulivi. Li abbiamo piantato 15 anni fa, e stanno prosperando nel clima di Napa.

Come funziona il vostro Wine Club?

I wine club sono una parte importante del business per qualsiasi azienda vinicola americana. È un modo per connettersi direttamente con i propri clienti, senza intermediari. Abbiamo 1400 soci – il numero è cresciuto di circa un quarto durante la pandemia dell’anno scorso – e a tutti loro spediamo il nostro vino due volte all’anno, in primavera e in autunno. Il Wine Club oggi rappresenta circa un terzo del nostro giro di affari, ma ci sono voluti anni per arrivare al punto in cui siamo. E, come ho detto, non mandiamo loro soltanto il vino. I soci del club ricevono vasetti delle nostre confetture, oltre ai limoni della California che penso siano particolarmente apprezzati dai nostri soci della costa orientale che non hanno facile accesso ai limoni freschi in inverno.

Nel 1999 sei stato coautore di un manuale sulle pratiche sostenibili nei vigneti e negli ultimi due decenni hai fatto da consulente per molte altre aziende vinicole. Come sono cambiate le cose in questo periodo?

Le cose sono cambiate molto. Nel 1999 il concetto di “sostenibilità” era difficile da vendere alla comunità degli agricoltori; ora è un gioco da ragazzi. La sfida è trasformarlo da una frase accattivante in un’azione e un progresso reali. Per anni sono stato molto esplicito, e penso che la mia credibilità come membro della comunità agricola abbia aiutato almeno un po’ a far progredire le cose. È uno sforzo costante, e anche la definizione di sostenibilità ha continuato a evolvere. Una ventina di anni fa, la diversità e il tema dell’inclusione non erano aspetti importanti del concetto di sostenibilità, così come non lo era l’idea dell’impronta di carbonio.

I consumatori stanno iniziando a diventare consapevoli, ma in particolare sono gli acquirenti di vino per i ristoranti i più interessati a porre domande complesse e a sostenere coi loro acquisti gli sforzi sostenibili. Tutto questo rispecchia la nuova consapevolezza da parte degli chef su come si procurano i loro ingredienti. Nella Napa Valley l’agricoltura biologica è ora chiaramente associata alla qualità del vino, e stiamo vedendo un movimento reale tra le aziende vinicole di alto livello.

Si parla molto di agricoltura rigenerativa al giorno d’oggi, ma cosa significa in pratica, per Matthiasson?

L’agricoltura rigenerativa per noi amplia la definizione moderna di agricoltura biologica includendo anche le persone, il miglioramento dell’habitat, la conservazione del suolo e l’impronta di carbonio. Implica più sfide per noi, il che la rende interessante. Abbiamo piantato erbe indigene californiane perenni per molte ragioni tra cui: ricostruire il terreno; aumentare l’infiltrazione dell’acqua; migliorare la qualità del vino grazie alla competizione sana tra queste erbe e le viti. Le siepi di piante da fiore native aumentano la biodiversità. L’aumento della fauna selvatica nei vigneti è molto evidente.

Le uve di Matthiasson
L’asclepiade sotto una vite di Chardonnay. Photo: Matthiasson Wines

Bene, quanto hai detto riguarda da vicino il buono e il pulito. Ma come si relaziona la vostra azienda con il concetto di giusto?

Per cominciare, non assumiamo lavoratori stagionali. Tutti i nostri 17 dipendenti hanno un lavoro stabile e duraturo. Abbiamo deliberatamente progettato il nostro business in questo modo, e aiuta il fatto che abbiamo diversi vigneti con diverse varietà di uva che maturano in tempi diversi. In questo modo la vendemmia non finisce in due settimane. Poi, in termini di imbottigliamento, imbottigliamo a mano e lo facciamo lentamente; in questo modo possiamo sempre tornare a imbottigliare quando non c’è molto da fare in vigna.

Come avete gestito la pandemia in termini di personale? Avete dovuto licenziare delle persone?

No: abbiamo ancora le stesse 17 persone che avevamo prima della pandemia; nessuno è stato licenziato o messo in cassa integrazione. È stato un vero sforzo riuscire a farlo, ma siamo stati creativi e abbiamo trovato nuovi modi per mantenere l’attività. Circa due terzi delle nostre vendite dipendono dai ristoranti. In effetti, lo chiamerei vino da ristorante, perché è progettato per essere bevuto con il cibo. Così, quando è esplosa la pandemia di Covid-19 e i ristoranti hanno chiuso, le nostre vendite si sono fermate. Riuscire a pagare gli stipendi ai nostri 17 dipendenti è stata la prima cosa a cui ho pensato. Perché non si tratta solo di quelle 17 persone, ma anche delle loro famiglie, e della stabilità economica derivante dal loro lavoro.

Ci siamo orientati il più velocemente possibile verso le degustazioni guidate su Zoom, e fortunatamente le nostre iniziative in questo campo sono state rapidamente riprese e recensite da riviste nazionali come Bon Appétit e Food & Wine. Questo ha salvato la nostra attività: abbiamo assunto dei sommelier per aiutarci, e anche se stavamo soffrendo per la mancanza di vendita all’ingrosso a un certo punto avevamo cinque sommelier che facevano degustazioni su Zoom tutto il giorno. Questo ci ha permesso di superare la fase peggiore della pandemia. Poi, naturalmente, i ristoranti hanno riaperto e il nostro business all’ingrosso è tornato. Questa strategia ha permesso di mantenere tutto il nostro staff per tutto il periodo.

Lo staff di Matthiasson
Parte dello staff di Matthiasson. Ph. Matthiasson Wines

Un angolo di Friuli in California

Napa è famosa per il suo Chardonnay e il Cabernet Sauvignon, ma la tua cantina coltiva diverse varietà tipiche del nord-est dell’Italia: ribolla gialla, tocai, refosco…

La ragione per cui abbiamo varietà di uva del nord-est italiano risale a quando sono arrivato a Napa per la prima volta. Lavoravo con un gestore di vigneti che viaggiava regolarmente in Friuli e che aveva fatto amicizia con alcuni viticoltori come Gravner e Radikon. Ho viaggiato con lui in Friuli e ho visitato anche questi produttori, e mi sono innamorato dello spirito della regione.

E perché?

Le regioni vinicole possono essere oppressivamente conformiste, così come lo è il modo in cui i produttori fanno pressione l’uno sull’altro per avvicinarsi alla vinificazione e all’agricoltura. Una delle ragioni per cui molti produttori sono bloccati nei loro modi è che sono preoccupati di come il loro vigneto appare ai loro vicini. Ma in Friuli è normale che le persone si distinguano dalla massa e seguano la loro strada. Non si può dire che esista una Ribolla Gialla tipica, perché la varietà di stili usati per produrla è estremamente varia. Questa varietà è fonte di ispirazione.

Come si sono adattate queste varietà friulane a Napa?

Tutte le varietà d’uva fanno un vino diverso in California rispetto a quello che fanno nei loro paesi d’origine, e questa è una buona cosa. Non vorremmo mai copiare il vino di qualche altra regione. C’è un che di magico nello scoprire il sapore di queste antiche cultivar d’uva nei nostri vigneti biologici qui nella Napa Valley. È sempre un processo di scoperta.

Rispetto al Friuli, la Napa Valley è molto più arida: d’estate non piove affatto. L’abbondanza di sole fa sì che l’uva maturi più rapidamente. Ma è un’agricoltura secca, e quindi l’irrigazione è una questione più rilevante qui, fa parte del nostro terroir. Ma non lo facciamo solo per il gusto di farlo. Le viti che non hanno bisogno di acqua non ricevono acqua supplementare. Se si tratta di una vite marginale che resiste, allora riceve un po’ d’acqua. Le viti che sono veramente malate ricevono più acqua, così come le piante giovani le cui radici devono ancora estendersi in profondità nel terreno.

Ci si potrebbe aspettare che le nostre varietà friulane abbiano una maggiore gradazione alcolica rispetto alle loro controparti italiane a causa della maggiore quantità di sole, ma in realtà non è così. Questo perché abbiniamo le viti a colture di copertura di erbe autoctone che competono con la vite per l’acqua di falda. Grazie a queste colture di copertura le uve possono raggiungere un buon livello di maturazione prima che lo zucchero diventi troppo forte. Così i nostri Refosco si attestano generalmente intorno all’11,5%-12,5% di volume alcolico, meno di quanto normalmente si riscontra in Friuli. E questo è tutto: l’arte della viticoltura è cercare di far crescere una vite equilibrata. La scelta delle colture di copertura è uno dei modi migliori per ottenere questo risultato.

Il lavoro con la comunità locale

I tre pilastri del Manifesto Slow Food per un vino buono, pulito e giusto sono la sostenibilità ambientale, la tutela del paesaggio e la crescita socio-culturale della comunità locale. Come vedete la vostra attività nel contesto della vostra comunità?

Essere parte della comunità locale è tutto per noi. Il lavoro che Jill ha svolto per anni, cercando di salvare le fattorie familiari, riflette questi valori. Come può essere sostenibile l’agricoltura senza persone che si impegnano nei confronti della terra e delle altre persone che la curano? L’alternativa è trattare la terra semplicemente come una merce.

In termini concreti, questo include semplici passi che abbiamo intrapreso: come insegnare ai bambini delle scuole come fare l’orto e cucinarne i prodotti; come coltivare alberi da frutta in una regione prettamente vinicola da vendere al mercato contadino; come far parte del consiglio del mercato contadino. Poi ci sono anche attività più incentrate sul nostro settore: ad esempio formiamo i nostri colleghi sulla viticoltura biologica e sostenibile. Ora stiamo cercando di lavorare sui temi della diversità e dell’inclusione, e per farlo abbiamo attivato due programmi di stage di un anno che abbiamo sperimentato nel 2021: il primo per dare accesso alle donne nella parte agricola della nostra azienda, e l’altro per aprire le porte alle persone di colore.

Lo stage per le donne ha comportato la formazione di quattro donne sulle pratiche della viticoltura lo scorso gennaio, affinché apprendessero le pratiche di coltivazione e di produzione dei vini. Il programma per le persone di colore si chiama Progetto 280, e per questo abbiamo convinto diverse aziende a ospitare il gruppo ogni settimana, condividendo tutti i dettagli della loro attività, i loro percorsi personali e come funziona il loro lavoro. È stata un’esperienza fantastica.

Il Progetto 280
Il manager di cantina Caleb insegna viticoltura ai partecipanti al Progetto 280. Ph. Matthiasson Wines

Quali opportunità pensate ci siano nella Slow Wine Coalition, sia per i viticoltori come voi che per Slow Food?

Ci siamo sempre sentiti allineati con i valori di Slow Food e ci piace costruire una comunità con persone che la pensano come noi. Quindi far parte della Slow Wine Coalition è un grande onore per noi; siamo fan e sostenitori della filosofia di Slow Food da quando ne siamo a conoscenza, circa 20 anni. È il momento di spostare l’attenzione della conversazione, perché anche se c’è molto di buono in una conversazione sul vino naturale, questa è troppo concentrata sul vino come un prodotto di consumo venduto senza additivi, piuttosto che una forma agraria, basata sulla comunità e più sana attraverso la quale ci impegniamo con la nostra terra. Speriamo che alcuni degli approcci più olistici, basati sulla terra e sulla cultura possano assumere un ruolo più centrale nella discussione sul vino naturale. La Slow Wine Coalition ha il potenziale per essere un motore del cambiamento.

di Jack Coulton, info.eventi@slowfood.it

Slow Wine Fair, la manifestazione internazionale del vino buono, pulito e giusto, è a BolognaFiere dal 27 al 29 marzo 2022. Convegni, masterclass e 1.000 cantine dall’Italia e dal mondo. #SlowWineFair