Verdicchio e Lacrima di Morro: due facce del vino marchigiano

21 Dicembre 2021

Sulle colline che scendono da Morro d’Alba al mare, in provincia di Ancona, troviamo un’azienda agricola fieramente indipendente e specializzata nella produzione di due varietà di uva che, benché molto diverse tra loro, sono entrambe inscindibili dalla nostra immagine di vino marchigiano. Parliamo di Marotti Campi, produttori di Verdicchio dei Castelli di Jesi e Lacrima di Morro d’Alba, tutti e due DOC.

A condurre la cantina oggi è Lorenzo Marotti Campi, figlio di Giovanni e Francesca, che iniziarono i lavori di ammodernamento dei vigneti nei primi anni Novanta.

Ci ha spiegato cosa vuol dire crescere il vino in questa zona, cos’è per lui la sostenibilità umana, e l’importanza di evitare generalizzazioni quando parliamo di processi di vinificazione.

Le uve: il Verdicchio dei Castelli di Jesi

Partiamo con le condizioni della zona. La guida Vitigni d’Italia (Slow Food Editore, 2020) dice del Verdicchio: “Prove concrete di vinificazione hanno appurato che lontano dalle Marche ha un generale decadimento del potenziale organolettico.”  Cosa c’è di particolare allora, nel vostro territorio, che favorisce la crescita di queste uve?

Per me non è affatto vero che c’è un decadimento nel Verdicchio fuori dalle Marche, è una varietà estremamente versatile. Ha un’enorme varietà di espressione, anche all’interno della stessa azienda, laddove abbiamo tempi di vendemmia diversi e processi di vinificazione diversi otteniamo Verdicchi diversi.

Sia Verdicchio sia Lacrima di Morro d’Alba sono vitigni fortemente tipici di questa zona, questo è vero. Per tipico intendiamo che c’è un legame potente e univoco tra un vitigno, un territorio con determinate caratteristiche e anche l’attività antropica che si è sviluppata in modo selettivo durante i secoli. Va poi detto che nelle Marche c’è una grande varietà territoriale, di paesaggio. Noi per esempio, essendo in zone che beneficiano della brezza marina, vediamo tempi più allungati per la maturazione delle uve rispetto ad altre aziende situate maggiormente nell’entroterra. Il clima mediterraneo, mitigato dalla collina e dal mare, ci regala un terreno particolarmente vocato per la viticoltura.

Con i nostri terreni freschi siamo avvantaggiati, e quest’anno ne abbiamo avuto la prova. C’è stata una siccità da record, però noi non abbiamo avuto quasi nessun problema perché la composizione dei suoli argillosi e la loro stratificazione rende il terreno molto adatto alla vigna e all’agricoltura in generale, riuscendo a trattenere molto bene l’acqua. Altri produttori, invece, non hanno quasi vendemmiato quest’anno.

Poi, al di là delle condizioni climatiche, c’è da ricordare che in questo territorio c’è una concentrazione di know how dovuta alla lunga e ininterrotta storia della vinificazione. Il Verdicchio ha una storia millenaria qui, ed è stato selezionato in e per questa zona.

Morro d'Alba Marotti Campi

Parliamo un po’ dei vostri vini. Tra i Verdicchio ne troviamo due invecchiati in acciaio, uno dei quali sur lie, e un altro invecchiato in legno. Poi c’è n’è un altro più “orange” che fermenta sulle bucce per sei mesi.

Quello è uno dei vantaggi della flessibilità del Verdicchio come uva: si presta a vinificazioni diverse; non c’è solo un modo per farlo. L’Albiano è il nostro Verdicchio base, fermentato per cinque mesi in vasche d’acciaio. La sua freschezza e prontezza è dovuta al fatto che è vendemmiato a parte, all’inizio di settembre, prima delle uve che usiamo per fare gli altri vini. Per questo abbiamo un periodo di vendemmia molto lungo, che dura da agosto a ottobre. Nonostante sia differenziata, la vendemmia è comunque totalmente manuale.

Poi c’è il Luzano, che è vendemmiato a metà settembre; anch’esso è fermentato in vasche d’acciaio, ma resta sulle fecce nobili per cinque mesi. Infine abbiamo il Salmarino, che è il più importante dei tre. La vendemmia qui avviene a metà ottobre, e sebbene è fermentato in vasche d’acciaio come gli altri, la differenza sta nel fatto che è anche affinato per 12 mesi in piccole botti di rovere francese.

Con Volo d’Autunno, quello orange, non vogliamo dare l’impressione che sia un vino difettoso o sporco come sono molti cosiddetti vini “naturali”. Quest’anno è solo il terzo che facciamo questo esperimento, e siccome è uno esperimento il tempo che resta sulle bucce è cambiato ogni anno finora, da quattro a sei mesi. Lo lasciamo macerare per andare a tingere gli antiossidanti nelle bucce, cercando di cogliere un bel tannino bianco in piccole dosi. Il processo di vinificazione è rapido, a ogni modo. Il colore è sicuramente più carico rispetto agli altri, ma non lo definirei orange, in realtà. La nostra zona non ha il pH nel suolo necessario per un vero orange, come quel suolo che troviamo ad esempio in Slovenia o Georgia.

Marotti Campi e dove trovarla alla Slow Wine Fair

Marotti Campi sarà presente alla Slow Wine Fair con i suoi vini. Se vuoi scoprire la wine list dell’azienda, passa alla scheda!

Le uve: la Lacrima di Morro d’Alba

E la Lacrima di Morro d’Alba, come è vissuta nel territorio?

La Lacrima invece è difficile da crescere e anche qui, nella sua culla, ha sempre dato problemi. Stava infatti scomparendo prima di diventare una Doc proprio per questo motivo: non perché non sia buona, ma perché è particolarmente difficile. Quando è diventata una Doc, nel 1985, c’erano solo sette ettari rimasti piantati. La maggior parte era stata spiantata per preferire altre varietà.

Oggigiorno gli ettari piantati con Lacrima sono 250, di cui 40 sono di nostra proprietà. La varietà non è più in pericolo, però non è un’uva flessibile come il Verdicchio. Ha i grappoli compatti, la buccia che si rompe facilmente, ed è complesso da vinificare. Diciamo che se il Verdicchio è già un territorio ampiamente esplorato, un libro scritto, per la Lacrima siamo ancora al primo capitolo.

Quando costruimmo la nostra nuova cantina nel 1999 e avviammo il marchio di Marotti Campi allora gli ettari totali di Lacrima erano 50, 25 dei quali erano nostri. Non lo imbottigliavamo nemmeno, tanto era ridotta la produzione. Inoltre era visto come un vino novello, vinificato con una macerazione carbonica che esaltava i profumi, ma a discapito dell’invecchiamento. Quindi era bevuto nei suoi primi sei mesi di vita, un po’ come fosse intrappolato in questo equivoco.

Poi ci fu una fase di studio, di sperimentazione, durante la quale si scoprirono alcuni problemi piuttosto gravi. I vigneti sviluppavano fallanze dai 20 anni in su ed economicamente non aveva più senso prolungarne la vita. Erano condannati. Mentre quelli di Verdicchio possono vivere tranquillamente 60 anni o di più, con la Lacrima c’è un’aspettativa di vita sana di appena 20 anni, dopodiché si ha bisogno di nuovi innesti. Quindi i vigneti che abbiamo ora sono già la seconda generazione. La caratteristica chiave che hanno quelli nuovi è che ci danno grappoli più spargoli, e di conseguenza abbiamo spostato la vendemmia da metà-settembre a ottobre.

Marotti Campi la vendemmia

Marotti Campi e le parole importanti

Cosa significa la parola “sostenibilità” per la vostra azienda?

La sostenibilità è un concetto molto ampio che può essere interpretato in diversi modi. Prima di tutto, per noi è importante l’indipendenza energetica, che è quasi totale. La nostra cantina ha un impianto solare che permette di realizzare questo obiettivo. Secondo, la nostra viticoltura non prevede irrigazione. Usiamo il sovescio, anche nei vecchi vigneti in pendenza, benché farlo risulti particolarmente complesso. Sono richieste attrezzature particolari e soprattutto un notevole investimento in termini di tempo. Ultimo, ma non meno importante, c’è da considerare la sostenibilità umana dell’azienda. Noi abbiamo dipendenti che con la nostra azienda hanno una storia da quattro generazioni. Il nostro capo d’opera, infatti, è figlio e anche nipote dei capi d’opera precedenti; ora anche suo figlio sta lavorando con noi. Paghiamo stipendi sopra la media, perché abbiamo bisogno di instaurare rapporti di lungo termine e di fiducia con le persone con cui lavoriamo. Per noi la cosa più importante è che siamo un’azienda totalmente verticale: ogni processo dalla vigna all’imbottigliamento è condotto da noi, e dunque abbiamo controllo totale su ogni aspetto del lavoro che facciamo. Molti produttori commerciali non possono dire lo stesso.

E la biodiversità invece?

Noi siamo prima di tutto una fattoria: oltre ai 56 ettari di vigna di nostra proprietà e 15 ettari di vigna che affittiamo ci sono ben 70 ettari di altre colture. Una divisione equa tra vino e non-vino, insomma. Questo territorio è tradizionalmente associato alla coltivazione di grano, che coltiviamo anche noi. Inoltre ci sono vari campi dedicati ai girasoli, nonché tutte le altre verdure tipiche della regione. Quindi la biodiversità c’è, e non abbiamo alcuna intenzione di dedicare tutti gli ettari alla coltivazione della vigna: così diventeremmo una monocoltura.

Le opportunità della Slow Wine Fair

Che tipo di opportunità credete che rappresentino la Slow Wine Coalition e la Slow Wine Fair per voi e altri vignaioli, e, insomma, per Slow Food?

Noi siamo stati tra i principali sostenitori di Slow Wine da quando è nato. Con Slow Wine abbiamo partecipato a diversi tour degli Stati Uniti, e sposiamo ciò che rappresenta: una comunicazione del vino concreta, poco retorica, che non cerca di vendere concetti astratti. L’unico concetto che è veramente importante per noi è l’idea delle origini, le radici, la terra, la natura del vino. Questo è uno dei motivi per cui siamo anche iscritti alla FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti): per informare un mercato di quello che il mercato non sa.

La situazione attuale, guardandola da un punto di vista più ampio, è estremamente preoccupante: 70 o 80% del vino che il mondo beve è figlio di nessuno, masse anonime che viaggiano, frutto di speculazione e una corsa al ribasso.  È un sistema sbagliato. Ci sono centinaia di migliaia di produttori di piccola scala in tutto il mondo, ma non siamo che una piccola porzione di un mercato dominato da due o tre grossi gruppi. Ci sono gruppi industriali che da soli fanno dieci volte tutti i membri della FIVI messi insieme. E quindi come possiamo invertire la rotta? Basterebbe alzare un po’ il livello di consapevolezza nei consumatori, di promuovere l’idea che si può sostenere il contadino con le proprie scelte, e stabilire un legame più veritiero con il territorio. Se riuscissimo a convertire solo il 10% del mercato potremmo dare da mangiare a tutti i produttori di piccola scala, i loro dipendenti e le loro famiglie.

di Jack Coulton, info.eventi@slowfood.it

Sana Slow Wine Fair, dal 27 al 29 marzo a BolognaFiere è la manifestazione internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto. #SloWineFair

Tutte le foto sono state gentilmente concesse da Marotti Campi.