Le crisi di oggi e la risposta che può arrivare dalla cura del paesaggio agricolo

26 Marzo 2022

Non è soltanto una questione di bellezza: difendere e proteggere il paesaggio ha effetti sulla qualità dei prodotti della terra.

L’esempio è nella viticoltura: dalla coltura promiscua, un tempo diffusa anche in Italia, alla gestione delle emergenze climatiche in Brasile attraverso le varietà antiche.

«Noi agricoltori siamo un avamposto, siamo sentinelle. Occupandoci di sistemi complessi notiamo prima degli altri alcuni fenomeni, perciò abbiamo la responsabilità morale di comunicarli, di renderli noti». Francesco Paolo Valentini vive in Abruzzo, di professione coltiva la vite e gli olivi per produrre vino e olio, ma nel corso degli ultimi quindici anni ha cominciato a occuparsi di clima. «Sono stato costretto a farlo» dice intervenendo nel corso della conferenza Vignaioli, vigne, vino e paesaggio, l’ultima tappa di avvicinamento a Sana Slow Wine Fair in programma a Bologna dal 27 al 29 marzo, perché i cambiamenti degli ultimi anni hanno interessato – e cambiato – il modo di fare agricoltura. 

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Danni in vigna e in bottiglia

«I cambiamenti climatici si manifestano sia in campagna sia nei luoghi di lavoro, cioè in cantina – prosegue Valentini –. Da un lato penso ai danni materiali alle piante e ai frutti, dovuti ad esempio alla carenza di acqua alternata a precipitazioni estreme, dall’altro alla maturazione dell’uva che non segue più le tempistiche consuete, provocando un innalzamento del grado zuccherino a cui però non corrisponde una maturazione fenolica (quella che assicura le proprietà organolettiche del vino, ndr)». Aspetti che si fanno sentire in bottiglia, dove questo divario tra i gradi di maturazione rischia di cancellare profumi, gusti e sapori che rendono il vino un prodotto tanto amato e apprezzato dagli appassionati. 

C’è poi il tema degli insetti dannosi, aspetto anche questo via via più sentito in vigna a causa delle temperature sempre più subtropicali avvertite anche alle nostre latitudini: «C’è un aumento spaventoso di specie di insetti non autoctone, in particolare asiatiche, arrivate nelle nostre zone e oggi in grado di sopravvivere per via di condizioni climatiche che un tempo, qui, non si verificano». Ma la cosa che più colpisce è che gli effetti di un clima malato non si fanno sentire soltanto nella vecchia Europa ma contemporaneamente anche dall’altra parte del mondo: la testimonianza di Marina Santos, viticoltrice di Rio Grande do Sul, ci porta in Brasile, a due passi dal confine con l’Uruguay. «Nel 2017 l’inverno è scomparso – ci ha raccontato in una recente intervista –. Invece delle consuete gelate, le temperature si sono alzate e ha piovuto moltissimo, causando malattie alle viti». Da quel momento in poi, l’alternanza regolare delle stagioni è solo un ricordo: «Non ci sono inverni e le primavere sono secchissime. La produzione è possibile solo con almeno un’irrigazione, e le estati ci portano tempeste estreme, grandine e vento. Questi cambiamenti influenzano il ciclo fenologico delle viti, e la siccità erode il suolo».

Il valore del paesaggio

Che cosa si può fare allora per combattere gli effetti della crisi climatica? Non esiste una ricetta unica: Valentini, ad esempio, guarda con fiducia a quelle che molti definiscono «vecchie pratiche: sono contrario all’irrigazione, meglio la vangatura del terreno affinché incameri acqua e ossigeno. Poi preferisco le concimazioni organiche, ma soprattutto coltivo solo viti autoctone del territorio». La ragione? «Si adattano meglio, sono più resistenti». Lo conferma anche Santos, che da sempre guarda con interesse alle varietà tradizionali come la peverella, una varietà di uva bianca segnalata sull’Arca del Gusto Slow Food. «Oggi ne rimangono poco più di cinque ettari e nessuno le dà molta importanza, come del resto accade a tante altre varietà dimenticate. Ma io continuo a credere nel recupero di queste vecchie varietà adattate come forma di mitigazione degli effetti della crisi climatica».

L’agricoltura promiscua e la vite maritata

Un altro invito a riconsiderare le pratiche del passato arriva da Viviana Ferrario, professore associato in Geografia presso l’Università Iuav di Venezia, che suggerisce di riflettere sulla coltura promiscua: «Significa coltivare il vigneto abbinato ad altre colture e agli alberi, la cosiddetta vite maritata, cioè che cresce “abbracciata a una pianta”. Un tempo, in molte aree in Italia, tale modalità agricola era abbinata inoltre a terreni coltivati a cereali». Tre colture in una, insomma: «Io la chiamo intensificazione sostenibile, in grado cioè di assicurare più cibo in spazi ridotti senza rinunciare alla agrobiodiversità, che è un elemento fondamentale della resilienza». 

L’invito, dunque, è quello di evitare che la viticoltura si trasformi in una monocoltura: conservare una certa varietà colturale, oltre a essere un efficace antidoto alle crisi che sempre più spesso si fanno sentire in agricoltura, può essere anche – e molto più prosaicamente – bello da vedere. Un paesaggio vario, anche in vigna, ha però un valore che va oltre sia la tenuta agronomica sia l’estetica: «La bellezza del paesaggio è un capitale, un asset, un mezzo della produzione» sostiene Fabio Zottele, ingegnere ambientale e agricoltore, membro del Comitato tecnico-scientifico del CERVIM (Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana). Significa che «i paesaggi belli aumentano il valore, anche in termini economici, della terra, degli immobili, dei servizi e dei prodotti. E il vino non fa eccezione: molti appassionati sono disposti a pagare di più per bottiglie che arrivano da zone esteticamente valide». L’ennesima ragione, se tutte le altre non fossero sufficienti, per la quale è opportuno che viticoltori e vignerons si impegnino nella tutela del paesaggio.