Il vino e la rivoluzione dolce: direzione, sostenibilità ambientale

23 Marzo 2022

Sono iniziati ieri i convegni digitali della Slow Wine Fair. Per Slow Wine più che di un inizio si tratta in realtà della chiusura di una prima lunga tappa di un percorso iniziato due anni fa con la presentazione del Manifesto Slow Food del vino buono, pulito e giusto.

Dalla nascita del Manifesto si è creata la Slow Wine Coalition, con la volontà di portare avanti questa rivoluzione dolce del vino, all’insegna – tra gli altri aspetti – della sostenibilità ambientale.  

Perché il vino è legato alla sostenibilità ambientale? Perché, come dice Federica Randazzo, che ha moderato l’incontro, «Il vino non è solo quello che troviamo nel bicchiere, ma è un prodotto agricolo, tra i pochi, che possano fare da traino per tutto il settore agroalimentare di una rivoluzione nel segno della sostenibilità. Il vino è un prodotto, ed è un messaggero».

Molti accorgimenti tecnici e pratici mostrano come possa essere intrapresa questa rivoluzione. Per parlarne in altri termini, vi diamo appuntamento il 27 marzo alle 9, con lo streaming della plenaria di apertura, che potrete vedere sulla homepage del nostro sito.

Se volete rivedere il convegno sul vino e la transizione ecologica, potete farlo qui:

Elementi di sostenibilità: il legno

Florence Fontaine è docente presso l’Université Reims Champagne-Ardennes, ed è esperta di malattie del legno e della vite, che sono tra le più dannose per i nostri vigneti. Negli ultimi anni il problema delle malattie del legno – patologie fungine – si è acuito enormemente, ed esse hanno iniziato a colpire anche le piante più giovani. Rivedi qui il suo intervento (6’25’’-22’).

Quasi la totalità dei funghi che si sviluppano sono lignivori, e alcuni producono molecole tossiche per la pianta, determinando delle necrosi. Col tempo, tutto ciò determina una riduzione delle rese, e anche un rischio per la sopravvivenza delle viti.

Le strade di prevenzione su cui si sofferma Fontaine sono molte, lasciando pensare a più approcci da utilizzare in modo combinato, dall’eliminazione delle piante morte allo sviluppo di approcci di biocontrollo e di biostimolanti.

Elementi di sostenibilità: le resilienze naturali nella vite

A parlarci delle resilienze naturali nella vite è Maurizio Gily (24’-42’) docente presso l’Università di Scienze Gastronomiche. È vero che negli ultimi anni le patologie sono aumentate? È vero che sono sempre più ostiche e difficili da contrastare? Cosa possiamo fare?

Per Gily il presupposto di partenza è che senza trattamenti con fitofarmaci – chimici o naturali – la vite europea si ammala, non produce e tendenzialmente muore. La viticoltura europea utilizza – e forniamo un dato grezzo, che andrebbe analizzato nel dettaglio – circa il 60% dei fungicidi usati in Europa, pur occupando solo il 3% della superficie coltivata.

Le malattie più gravi della vite, dalle più vecchie come l’oidio, la peronospora e la fillossera alle più recenti come la flavescenza dorata sono legate a parassiti o vettori di parassiti che non sono originari del nostro continente ma, perlopiù, del Nordamerica.

Mentre le viti americane sono tolleranti a tutti questi parassiti e si sono evolute geneticamente in presenza di questi parassiti, per le viti europee non è lo stesso. La fillossera è stata combattuta innestando la vite europea sul piede di vite americana, e una soluzione analoga – cercare la soluzione alle malattie nei paesi di origine dei parassiti – è stata utilizzata anche per malattie come la peronospora e l’oidio.

In Europa a un certo punto gli ibridi sono arrivati a coprire addirittura 400.000 ettari, fino a cadere in disgrazia. La ricerca sugli incroci non si è comunque fermata, fino allo sviluppo di vitigni che avessero un 80, 85 o anche il 90% di genoma europeo.

L’ibridazione è un lavoro lunghissimo e complicato. Per creare una nuova varietà si devono aspettare anche 10 anni. E in questo ambito in Germania si è svolto un lavoro serio e pionieristico, sviluppando i cosiddetti Piwi – varietà di vitigni resistenti ai funghi. Il programma Farm to Fork si è posto l’obiettivo di una riduzione del 50% dei pesticidi in viticoltura entro il 2030, e alcuni incroci sono particolarmente adatti allo scopo.

Elementi di sostenibilità: la vitalità del suolo

Amber Grey, Unsplash

Che cos’è la vitalità del suolo e perché è così importante per la vite? Ne parla Bernard Nicolardot (44’-1.03’), professore di agronomia presso l’Università di Dijon, che si sofferma in particolare sul ruolo della sostanza organica.

Il suolo, il suo funzionamento e l’interazione con esso della pianta sono importantissimi. Possiamo migliorarlo applicando la sostanza organica nelle vigne, affinché possa conservarne o migliorarne le condizioni e garantire un controllo rispetto allo sviluppo di infestanti o all’erosione del suolo. Il trattamento con la sostanza organica può essere effettuato sia prima di impiantare il vigneto sia durante il suo ciclo di vita.

La sostanza organica è un mezzo per migliorare e assicurare la qualità dei suoli, e offre inoltre un supporto alla microflora o alla microfauna.

Elementi di sostenibilità: la water footprint

L’impronta idrica riguarda anche il vino, e la produzione del vino ha ricadute sull’acqua. Ne parlano Isabella Ghiglieno, dottoranda presso il Dicatam dell’Università di Brescia, e Marco Tonni, dello studio agronomico Sata di Brescia (1.03’-1.34’).

Il concetto di water footprint è stato introdotto da Allan e sviluppato da Hoekstra ed è stato sviluppato insieme al concetto di acqua virtuale. La produzione del vino interessa consumi idrici diretti e indiretti.

L’impronta idrica non è così facile da comunicare come l’impronta carbonica. È più difficile da comunicare e tradurre per chi non è avvezzo all’argomento. L’impronta idrica sta a indicare l’acqua consumata in cantina, in vigna e l’acqua sporca, e va considerata anche l’acqua indiretta, ad esempio l’acqua usata per produrre energia, fitofarmaci, fertilizzanti.

Conoscere la propria impronta idrica consente all’azienda di intraprendere le azioni necessarie per poterla contenere.

Elementi di sostenibilità: l’utilizzo dei prodotti fitosanitari

Paolo Marucco di Disafa Università di Torino mostra infine l’utilità nell’ottimizzazione della distribuzione dei fitofarmaci, per migliorare l’efficienza di distribuzione. Non dimentichiamo poi che accanto ai classici prodotti chimici ne esistono di alternativi.

Cover image Jo Leonardt, Unsplash

Paolo Marucco di Disafa Università di Torino mostra infine l’utilità nell’ottimizzazione della distribuzione dei fitofarmaci, per migliorare l’efficienza di distribuzione. Non dimentichiamo poi che accanto ai classici prodotti chimici ne esistono di alternativi.