Un progetto agricolo di cura della terra

21 Marzo 2022

«I Mandorli sono, prima di tutto, un progetto agricolo, di tutela di un territorio di cui ci prendiamo cura».

Maddalena Pasquetti ha un padre sognatore. O per lo meno così mi immagino chi si innamora di un luogo e decide di prendersene cura.

È il 2002 quando Massimo Pasquetti, prova a realizzare quel desiderio e decide di prendersi cura di un pezzetto di creato tra le colline e il mare. «Alla ricerca di un oliveto, siamo arrivati su un crinale sopra Suvereto in località Belvedere. Da quel crinale, guardando il mare si vede l’Elba, Montecristo è davanti agli occhi. Intorno la macchia senza alcun segno di contaminazione antropica per quanto spaziava la vista» un colpo di fulmine diventato progetto di vita. I Mandorli, appunto.

L’avventura agricola inizia quindi con Massimo che si dedica a quel territorio dove le poche zone coltivate lo erano fino a prima della Seconda guerra mondiale. Terre abbandonate per la difficoltà di lavorazione («tanto scheletro e molto sasso») barattate con la pianura o per le acciaierie torinesi.

Siamo riconoscenti alla terra

«Sin da subito abbiamo scelto tecniche di coltivazione che ci permettessero di pesare il meno possibile sull’ecosistema. Sembra banale dirlo, ma non dimentichiamo che l’atto agricolo è un atto di forza e dove oggi abbiamo le vigne c’era macchia mediterranea. Quindi sposare un’agricoltura attenta e rispettosa, supportato dalla biodinamica, integrata con altre tecniche agroecologiche, è il nostro modo per essere riconoscenti alla terra per quanto ci dà. L’impatto umano è traumatico per la terra, pensate a quando si passa con il trattore. Noi ci sentiamo in dovere di fare il possibile per rispettarla, adottando tecniche ci permettano di prendercene cura. Che poi questa terra non è nostra, la terra è di tutti.»

Ed è con questo impegno, vero manifesto dell’agricoltura ecologica, che Maddalena porta avanti il suo progetto agricolo: «Ho iniziato a occuparmi a tempo pieno dell’azienda nel 2010, prima facevo l’insegnante elementare. Inizialmente ci ha supportato Andrea Bargiacchi. Da lui abbiamo imparato un metodo che abbiamo fatto nostro. Ma la biodinamica, come altre pratiche agroecologiche, non si applica come un ricettario. Insegna soprattutto ad ascoltare la vigna, a rispettare la pianta, e il suolo».

Che cosa vuol dire biodinamica, in campo

Il dibattito sulla biodinamica in Italia è in questo momento più vivo che mai, credo che Maddalena ben spieghi che cosa la differenzi: «La grande cura che ci si mette. Facciamo l’esempio della pasta tronchi, un preparato di letame, cenere, propoli, equiseto, argento con il letame, farina di basalto, achillea, camomilla, valeriana, tarassaco e ortica. Ma, al di là della ricchezza del preparato, quello che secondo me è fondamentale è il senso di cura enorme che si pone verso la pianta. Si leva la corteccia morta, si rifinisce il tronco, e si nutre con una pasta che rinvigorisce. Pianta per pianta, vengono massaggiate, pulite, guardate curate. Sento di fare del bene e sento che come in tutte le cose la formula universale è il prendersi cura».

Il mio personalissimo suggerimento, anzi di tutta Slow Food, a chi, forse per poca conoscenza o ingenuità, ha rivolto accuse spesso eccessive ai contadini biodinamici, è di andare a trovare aziende come I Mandorli per capire davvero l’essenza di una pratica agricola che ha come primo obiettivo il preservare la fertilità del suolo. E il prendersi cura dell’ambiente.

«Poi certo, anche all’interno della biodinamica, il mio invito è a non fare le pecore. Quello che voglio dire è che non mi va l’idea di un dogma a cui attenersi a tutti i costi, per me è importante trovare il proprio modo. Credo che della biodinamica sia importante il processo di cura, avere una capacità di visione dell’insieme. Per questo credo che si possano affiancare altre tecniche ecologiche che magari rispondono alle esigenze della vigna e alla personalità di chi coltiva».

L’agricoltore è un paesaggista

Prima arrivare alla parte più succosa della mia chiacchierata con Maddalena, ovvero i vini che saranno presenti alla Slow Wine Fair, vi suggerisco anche di guardare l’intervista guidata da Fabio Pracchia per Slow Wine.

In particolare, ci riguarda oggi particolarmente la parte che riguarda il paesaggio dove Maddalena centra in pieno uno dei temi della Slow Wine Fair: la tutela del paesaggio: «Chi fa agricoltura ha un ruolo fondamentale legato al paesaggio. Penso ai Mandorli: prima del nostro progetto c’erano terreni incolti, macchia mediterranea. Ora c’è un terreno di cui ci prendiamo cura. Il primo cambiamento in agricoltura è proprio quello che facciamo sul paesaggio. L’agricoltore ha più ruoli, uno di questi è il paesaggista. La responsabilità dell’agricoltore non riugarda quindi solo la tutela del territorio, ma anche appunto del paesaggio. Nel bene e nel male. Basta guardare le grandi zone vitivinicole come sono cambiate. Personalmente l’equilibrio con il paesaggio circostante, non posso negare che l’impatto ci sia, ma cerco sempre di creare un ecosistema».

I vini dei Mandorli alla Slow Wine Fair

Maddalena propone una mini verticale di Sangiovese Vigna alla Sughera

Miniverticale di Sangiovese

  • 2019 a sei mesi dall’imbottigliamento
  • 2015 a 5 anni circa dall’imbottigliamento
  • 2012 a 7 anni e mezzo dall’imbottigliamento.

La 2012 e la 2015 sono state annate difficili hanno avuto più bisogno di tempo, mentre la 2019 è stata un’annata più equilibrata che ha giovato di nuove piccole attenzioni che ho acquisito negli anni. Il 2012 al dimostra già una bella evoluzione,  in bocca è un ragazzo, sempre giovane e brillante. Un vino verticale che arriva da una annata difficile, siccitosa e carica. La 2015 è stata calda e abbondante, di quelle annate senza carattere. Il risultato è un vino che fa pensare subito Sangiovese toscano più classico, forse un po’ meno elegante degli altri nostri vini.

La 2019 invece ci ha regalato un vino brillante, elegante, fine, fresco, giovane nell’animo.

Vermentino in anfora

Ci sarà poi un pochino di vermentino in anfora di anteprima. È un vino dalla lunga macerazione: tre mesi in anfora cava, riempita per metà di bucce e colmate con il mosto delle vendemmie successive. Una volta svinato il vino torna in anfora. Sono tutte uve da vigne diverse, colte in momenti diversi della vendemmia per seguire la maturazione. Un lavoro maniacale.

Lo Zibibbo

Infine, ci sarà il 2020 imbottigliato di un progetto che facciamo a Pantelleria, Zino, lo Zibibbo moscato di Alessandria: «un vino divertente che non sta in nessuna categoria, e questo mi piace»!

di Michela Marchi, info.eventi@slowinefair.it

Slow Wine Fair, la fiera internazionale del vino buono, pulito e giusto, si svolge a BolognaFiere dal 27 al 29 marzo 2022. Conferenze, masterclass e centinaia di cantine dall’Italia e da tutto il mondo. #SlowWineFair