Il bello (e il buono) dei paradisi ritrovati

11 Gennaio 2022

L’Italia è piena di paradisi, ma spesso capita che non siano riconosciuti. I luoghi incantevoli e gli angoli preziosi, inspiegabilmente abbandonati, sono moltissimi. Ma, per fortuna, ad alcuni di essi capita anche che su di loro si posi un amorevole sguardo. Ed è allora che ritornano a vivere e a produrre il bello e il buono. Uno di questi paradisi ritrovati è Cà du Ferrà.

Siamo nel territorio di Bonassola, piccolo comune dello Spezzino abitato da poco più di 800 anime. Cà du Ferrà significa letteralmente “casa del fabbro” – qui un tempo si ferravano i cavalli –, ed è oggi un agriturismo e azienda vinicola.

La distanza dalla spiaggia è infinitamente piccola, di appena 400 metri. Sempre 400 metri sono l’altitudine dei terreni aziendali. La vista, però, spazia infinitamente più lontano. Mi dice Davide Zoppi: «Nelle giornate terse da Cà du Ferrà si vedono la Corsica, Capraia, la Gorgona, l’Elba; e poi ancora la Versilia, Punta Ala; e anche Cap d’Antibes… Una vista davvero impagabile sul Mar Mediterraneo».

Storie da un paradiso perduto (e ritrovato)

Eppure qui non è sempre stato così. Perché sia Cà du Ferrà che le vite di chi la amministra hanno subìto importanti cambi di percorso.

È proprio da qui che chiedo a Davide di iniziare il racconto. La storia dell’azienda, ma anche quella dei suoi genitori, la sua e quella di Giuseppe. Che sono tutte storie di tragitti alternativi dal percorso tracciato.

«Mia madre Aida è originaria della Campania. Quando conobbe mio padre Antonio, che invece è proprio di qui, di Bonassola, lei aveva un negozio di abbigliamento, lui un’impresa di costruzioni. Si innamorarono l’uno dell’altra ed entrambi di questa terra, la Riviera Ligure di Levante. Mamma arrivava da una famiglia di viticoltori – il padre, il nonno e il bisnonno esercitavano questo lavoro nel Sannio Beneventano –, la viticoltura ce l’aveva nel Dna… E così decisero di fare di questo territorio la propria casa, diventando essi stessi viticoltori».

Cà du Ferrà – Natura 2

L’azione di recupero è lenta, graduale, e prosegue ancora oggi…

«Mamma e papà iniziarono da quattro parcelle piccolissime, ricoperte dai rovi e devastate dai cinghiali. Furono questi i primi terreni di Cà du Ferrà, e si trovavano dove una settantina di anni fa c’erano già delle vigne. Poi, pezzo dopo pezzo, andarono avanti negli anni successivi, acquistando, recuperando, e vitando nuovi terreni. Anche l’agriturismo prende vita da un’opera di recupero: nasce infatti da due ruderi ristrutturati».

L’azienda oggi conta quasi 4 ettari di terreni sparsi su diversi appezzamenti. All’impresa della viticoltura – e del recupero di terreni incolti – si è aggiunto anche Davide, dopo gli studi in Giurisprudenza e il sogno di una carriera da magistrato, che però è in un certo senso coerente con quel che sta facendo oggi.

«La coerenza sta nel senso di giustizia che ispira il mio agire. C’era ovviamente un senso di giustizia nell’esercitare la professione di magistrato, ma c’è un senso di giustizia anche nel recupero di terreni incolti e abbandonati. Nel ritrovare una bellezza perduta. Così ho lasciato il mio lavoro e dopo anni trascorsi altrove sono tornato qui».

Alle storie di papà Antonio, mamma Aida e Davide si unisce quella di Giuseppe.

Mi dice Davide: «Giuseppe e io ci siamo conosciuti 15 anni fa e 5 anni fa finalmente ci siamo sposati. Abbiamo vissuto a Milano e Roma e viaggiato molto all’estero. Lui ovviamente non faceva il viticoltore né si occupava di aziende vitivinicole, ma come tutti noi, ha cambiato strada. Oggi a gestire l’azienda siamo noi quattro, più alcuni collaboratori».

Cà du Ferrà e dove trovarla alla Slow Wine Fair 2022

Cà du Ferrà sarà presente alla Slow Wine Fair con i suoi vini. Se vuoi scoprire la wine list dell’azienda, passa alla scheda!

Il bello delle seconde possibilità

Se volessi trovare una cifra comune in tutta questa storia, questa sarebbe probabilmente la “seconda possibilità”. Di un terreno incolto che torna a essere un vigneto, di una commerciante, un imprenditore e un quasi magistrato che diventano viticoltori. Ma anche di antiche varietà che divengono oggetto di un lavoro di recupero, e tornano a dare ottimi vini.

Chiedo a Davide di raccontarmi i loro prodotti.

«I nostri vini sono il racconto del territorio in cui viviamo. Alla Slow Wine Fair porteremo il Bonazolae Colline di Levanto Bianco DOP, il Luccicante Colline di Levanto Vermentino DOP, Magia di Rosa Liguria di Levante Rosato IGP, ‘Ngilù Colline di Levanto Rosso DOP e ancora L’Intraprendente, che è il nostro Liguria di Levante Passito Bianco IGP. Nella sua composizione rientra anche il Bosco, che oggi è uno dei vitigni autoctoni nel panorama viticolo ligure, e che è componente principale dello Sciacchetrà delle Cinque Terre».

Ma il Bosco non è l’unico vitigno a cui vi siete dedicati…

Continua Davide: «No, affatto. Molti dei nostri vini nascono dal recupero di varietà antiche, a volte quasi abbandonate. Quella a cui ci stiamo dedicando in questo momento – e che a Bologna non potrete però ancora assaggiare – è il Ruzzese. Si tratta di un’antica varietà prefillosserica a bacca bianca, un tempo coltivato esclusivamente nella Riviera di Levante, quasi scomparso a causa della purtroppo famosa fillossera, appunto, che decimò tutti i vigneti della zona».

E conclude: «Recuperarla è anche questa una cosa giusta, e che ha senso: per motivi culturali, storici, agronomici ed enologici. Pensate che arrivava alla corte di Papa Paolo III Farnese con il suo bottigliere Sante Lancerio nel ‘500. Il Papa soleva bere il prezioso nettare passito con i fichi, una meraviglia che riporteremo alla luce molto presto».

Il vino come cura e come cultura

La chiacchierata con Davide non dura moltissimo. Eppure in questo breve spazio mi pare di ritrovare tutti i princìpi enunciati nel Manifesto per il vino buono, pulito e giusto…

Davide riassume così la filosofia aziendale: «Buono per noi significa mantenere integre le caratteristiche del vitigno. Ed è anche appassionarsi alla sua storia, per mettersi nelle condizioni di riprogrammare il futuro. È anche per questo motivo che parteciperemo alla Slow Wine Fair fin dalla plenaria di apertura, il 26 febbraio: vogliamo confrontarci con chi come noi intende il vino come un prodotto culturale. E con chi come noi pensa che il viticoltore debba avere un ruolo che è anche politico e sociale, con una dimensione pubblica».

Cà du Ferrà – Davide e Giuseppe
Cà du Ferrà – Giuseppe e Davide

Finora la vostra filosofia produttiva sembra avervi premiati… La domanda di rito, con cui mi piace concludere le interviste ai produttori riguarda il 2020. Com’è andato per voi?

Davide mi stupisce, quando conclude così: «Per noi è stato un anno straordinario. Avevamo già un’attitudine alla resilienza, e l’abbiamo messa pienamente a frutto. Tutto quel che non siamo riusciti a fare con il mondo della ristorazione per via del lockdown, lo abbiamo fatto con i privati, anche grazie alla nostra rete di “Ambasciatori Cà du Ferrà”. E poi è stato un anno importante sul fronte degli investimenti. Non abbiamo mai smesso di farne, perché anche questo – l’investire sul territorio – è buono ed è giusto».

La Slow Wine Fair, dal 27 AL 29 MARZO a BolognaFiere è la manifestazione internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto. #SloWineFair

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it