Beata ignorantezza: Tre Monti

21 Dicembre 2022

Romagna, anni Settanta. Il vino, allora, rappresentava una chimera. O, meglio, era utopistica l’idea di fare vini di qualità. Tre Monti decise a quel tempo di inseguire quella chimera.

Romagna (e Italia), anni Duemila. Il vino naturale, allora, rappresentava una chimera. La viticoltura e la vinificazione erano concepite con difficoltà come un qualcosa che potesse fare a meno della chimica. Anche in quel caso Tre Monti inseguì un sogno.  E il tempo le ha dato ragione.

Con due corpi distinti sulle colline imolesi e forlivesi, Tre Monti non è un’azienda longeva. Non è attiva da secoli. E non è nata da una famiglia contadina. A fondarla, proprio all’inizio degli anni Settanta (era il 1974, l’acquisto del podere di Imola risale invece al 1966), furono Thea e Sergio Navacchia. Professoressa di educazione tecnica lei, giornalista lui. Entrambi di indole rivoluzionaria. Un’indole che, guardando oggi il loro percorso, fa capire bene quanto sia stato pionieristico. 

Tre generazioni a confronto

L’azienda è poi passata nelle mani dei figli: a David, che ha una laurea in giurisprudenza «toccano tutte le beghe burocratiche», tanto che c’è chi lo chiama “il ragioniere”; a Vittorio tocca la parte produttiva, a cui è instradato da suo padre e dall’enologo Donato Lanati, un vero maestro che affianca l’azienda dal 1996 al 2005. Oggi, siamo alla terza generazione: in azienda lavora anche Francesco, nipote di Sergio. Se siete venuti a Slow Wine Fair 2022, era suo il volto che avete visto, e sua la passione nel raccontare le scelte aziendali.

Sono al telefono con David, che mi racconta così il loro percorso: «Quello che accomunava il babbo e la mamma era l’incredibile determinazione. Nei primi anni hanno faticato e non poco. Hanno sempre intrapreso scelte non comode, facili. Ed economicamente hanno attraversato anche momenti bui. Ricordo benissimo di quanto e come mamma si sia impegnata letteralmente per salvare l’azienda, quando eravamo lì lì per mollare. Lei a impegnarsi con le banche, babbo a vendere il vino nei ristoranti romani, anche grazie alla rete di contatti che come giornalista si era creato».

Non è stato facile. E per David e Vittorio decidere di affiancare il padre nella gestione aziendale è stato quasi naturale – anche se nessuno dei due aveva scelto all’origine la professione del vino – anche per onorare la memoria di mamma Thea, mancata nel 1989, quando l’azienda era finalmente al sicuro. «Sì, nessuno dei due era esperto in questo campo, ma abbiamo deciso di affiancare il nostro babbo e di dare seguito a questo sogno. Onoriamo la memoria di mamma anche con tre etichette: il Thea Passito (un blend di uve bianche aziendali), il Thea Rosso (presentato nel 1999 è un Sangiovese di Romagna in purezza) e il Thea Bianco (blend di uve bianche aziendali). Babbo ci ha lasciati questa primavera. Stiamo ora lavorando per realizzare due vini per onorare anche la sua, di memoria: un Sangiovese in purezza senza legno e uno Chardonnay stile anni Novanta affinato in legno».

L’ignorantezza romagnola

Nella chiacchierata, David cita una brillante definizione di Paolo Cevoli che nel suo Manuale di marketing romagnolo delinea le tre caratteristiche del romagnolo Dop: sburonaggine, patachismo e ignorantezza. Tutta diversa dall’ignoranza, l’ignorantezza è « la capacità di rischiare, senza calcoli, con incoscienza felice e baldanzosa imprudenza. L’ignorantezza è l’origine del mondo, il suo motore, è alla base di qualsiasi impresa».

Mi dice David: «Molte nostre scelte sono state dettate da questa ignorantezza. Addirittura, anche se di norma avviene il contrario, è stato babbo più di me e Vittorio che siamo più prudenti e propensi a frenare, a spingere l’azienda in avanti, e a fare scelte che all’epoca sembravano folli».

La prima? Affidarsi a consulenze importanti, impegnative dal punto di vista economico, ma senza le quali l’azienda non sarebbe quello che è». Non c’è stato solo Donato Lanati. Il primo maestro di Vittorio è stato Attilio Scienza, mentre negli anni Ottanta i nomi importanti che hanno dato il proprio imprinting sono stati quelli di Francesco Spagnolli prima, Vittorio Fiore poi. Oggi le consulenze importanti sono quelle di Patrizio Gasparinetti, agronomo fortemente orientato verso una viticoltura meno invasiva, più rispettosa della pianta, della natura e dell’ambiente, e di Nicola Tucci, che come mi dice David: «È la nostra coscienza, colui che ci evita di farci diventare autoreferenziali e ci riporta alla realtà».

La seconda? Puntare molto sui mercati esteri, cosa che per i vini romagnoli qualche decina di anni fa sembrava davvero un azzardo. «L’ambizione per i mercati esteri ce l’abbiamo fin dall’inizio. Da giovanissimi, io e Vittorio partecipavamo già alle fiere internazionali e andavamo a vendere i vini all’estero, fino in Giappone. Oggi esportiamo il 55% dei nostri vini in 27 paesi tra cui anche la Mongolia, e la grande diversificazione del nostro mercato è quello che ci ha salvato negli ultimi anni di emergenza sanitaria. In questo, ci hanno aiutati anche i riconoscimenti internazionali che abbiamo ottenuto su Wine Spectator e Wine Enthusiast!, e che si sono aggiunti a quelli nazionali (il loro primo Tre Bicchieri è del 1997, ndr.)».

L’azienda Tre Monti

  • ettari 40 – bottiglie 180.000
  • fertilizzanti: sovescio
  • fitofarmaci: rame, zolfo
  • diserbo: lavorazione meccanica/manuale
  • lieviti: fermentazione spontanea, selezionati industriali
  • uve: 100% di proprietà
  • certificazioni: biologico certificato
  • Premi Slow Wine: Vino Slow al Romagna Albana Vitalba 2021. Un vino che non può lasciare indifferenti, con un concerto di spezie e agrumi che ritorna in un sorso energico e cangiante, che trasporta la bocca con sapore e dinamica incalzante.

Il passaggio al bio

Siccome, come avrete intuito, Tre Monti non ama star ferma, un anno importante per la loro storia è stato il 2011, quando animati dalla volontà di lavorare e vivere su un suolo sano e salubre, Sergio, David e Vittorio ottengono per l’azienda la certificazione biologica. Mi dice David: «Per i nostri vini biologici seguiamo una regola ferrea: quella del No Compromise. Questo significa che, fin dall’inizio, fin da quando ai vini bio si perdonava il fatto di non essere perfetti dal punto di vista organolettico, pretendiamo che i nostri vini siano anche buoni. Pretendiamo inoltre che siano vini che possano durare nel tempo, ossia che abbiano la stessa aspettativa di vita di un vino convenzionale. Pretendiamo, infine, che il loro prezzo non sia superiore rispetto al loro corrispettivo convenzionale».

In questa logica del No Compromise, insomma, sono contenuti tutti i princìpi della definizione di un vino di qualità che, per Slow Food dev’essere buono, pulito e giusto. «È così. Quando siamo passati al bio per fare un vino che fosse al 100% pulito non ci siamo fatti sconti sugli altri due fronti. E abbiamo continuato a impegnarci per ottenere vini che fossero al contempo buoni per i veri padroni dell’azienda, che sono i clienti, e per dare a ogni prodotto un prezzo equo, che garantisse a noi il giusto margine, senza speculazioni».

Non ci resta che consigliarvi di venire a provarli e a conoscerli dal vero a Slow Wine Fair, questi vini che sono frutto di una beata – e lungimirantissima – ignorantezza.

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

Slow Wine Fair è la manifestazione internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto. Dal 26 al 28 febbraio 2023, convegni, masterclass, e l’esposizione di centinaia di cantine italiane e internazionali e oltre 3.000 etichette. La biglietteria sarà disponibile online a fine novembre. Iscriviti alla newsletter per essere aggiornato su tutte le novità. #SlowWineFair2023

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